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Narcoguerra messicana. Ucciso il giornalista Valdez
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Articolo di Redazione
16 maggio 2017 10:22
 
 L’immagine parla da sola. Il sombrero copre la faccia della vittima, distesa sull’asfalto di Culiacan. Ogni abitante della capitale di Sinaloa si rende conto di cosa sia accaduto. Era il sombrero con cui Javier Valdez, uno dei giornalisti piu’ validi del Paese, si faceva vedere per le strade della citta’. Il reporter e scrittore assassinato questo lunedi’ 15 maggio vicino alla sede di RìoDuce, la pubblicazione che aveva fondato nel 2033 insieme a Ismael Bojòrquez e Alejandro Sicairos.
L’assassinio ha provocato un forte impatto nei media messicani. “E’ molto forte, e non riesco a darmene una ragione”, dice Diego Enrique Osorno. Il giornalista che sta a Monterrey, come molti altri suoi colleghi, aveva in Valdez un referente per capire e muoversi tra le paludose informazioni del narcotraffico in Sinaloa. “Era un giornalista molto compromesso con la verita’ e conosceva i codici del mondo della mafia. Aveva fonti ovunque”, dice Osorno.
Valdez (nato a Culiacàn nel 1967) era un punto di transito fondamentale per i giornalisti nazionali e stranieri che visitavano Sinaloa per scrivere le ennesime informazioni sul cartello omonimo. Il giornalista poteva dare un aiuto con una qualche citazione da usare nel reportage o dava informazioni “off the record” quando le condizioni di sicurezza della zona imponevano ai giornalisti locali una necessaria autocensura. La scrittrice e giornalista Lydia Cacho stava preparando una nuova visita in Sinaloa. Solo una settimana fa aveva parlato con Valdez, suo amico. La loro conversazione si era incentrata sulla preoccupazione per l’aumento della violenza nei confronti dei giornalisti, con una certa dose di umore macabro. “Tra il serio e il faceto ci dicevamo che ogni volta eravamo di meno”, dice Cacho.
La legittimita’ di Valdez partiva dal suo valore. Non aveva abbandonato Sinaloa, sin da quando la crisi di violenza della zona tocco' il culmine nel 2011 con la guerra contro il crimine organizzato di Felipe Calderòn. “Sapeva che doveva dar battaglia fino alla fine”, dice Cacho.
In un’intervista del 2011, Valdez parlo’ di come mantenersi sano di mente in mezzo alla barbarie. “Mi aiuta andare in terapia: l’ho fatto ogni settimana durante due anni in un periodo molto critico e di definizione per me e lo faccio ancora in certe circostanze”, diceva il giornalista a Luis Castrillòn. Un altro trattamento e’ stato di tanto in tanto "un whisky, senza acqua minerale o ghiaccio". Quando tutto non funzionava aveva un’altra cura: scrivere.
Reporter e corrispondente del quotidiano La Jornada, Valdez decise di fondare nel 2003 un suo proprio giornale. Con RìoDuce si propose, insieme ad altri colleghi, di raccontare il narcotraffico come fosse una fonte. Con cronache, ponendosi di fronte alle vittime, i giornalisti raccontavano e spiegavano la quotidianita’ del crimine organizzato in questo Stato del nord del Messico. “Nel suo editoriale settimanale, Malayerba, Valdez scriveva della forza culturale del narcotraffico in questa regione. Il narco non lo protegge il Governo, lo protegge la societa’”, dice Osorno. “Diede vita ad una forma diversa di giornalismo e fu un maestro per molti di noi. A me mi ha aiutato ad avvicinarmi a questi temi senza mettere a rischio le famiglie delle vittime. Era un’ossessione del suo lavoro”, dice Lydia Cacho.
La Columbia University di New York ha riconosciuto il lavoro “eroico” dei giornalisti di RìoDuce nel 2011. la stessa organizzazione che consegna il Premio Pulitzer gli ha assegnato il premio Maria Moors Cabot per la sua eccellenza nella copertura dell’America Latina.
Valdez e’ stato assassinato in un momento di alto rendimento della sua attivita’ giornalistica. Senza lasciare la redazione del giornale aveva anche trovato il successo come scrittore. La casa editrice Penguin Random House aveva pubblicato cinque libri e ne stava preparando un sesto. La sua opera – Miss Narco, Los morros del narco, Levantones: historia reales, Con una granada en la boca, Huérfanos del narco e Narcoperiodismo- e’ stato testimone dello stesso orrore che oggi gli ha preso la vita.
“Nelle sue cronache aveva un dolore genuino per trattare e capire la dimensione umana della catastrofe”, dice il suo editore, Ricardo Cayuela. “Per questo e’ brutalmente inaccettabile questo crimine. Ci hanno tolto la persona piu attenta al dolore di noialtri”.

(articolo di Javier Lafuente, pubblicato sul quotidiano El Pais del 16/05/2017)
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