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Cosa serve per tutelare veramente i risparmiatori?
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Editoriale di Alessandro Pedone
18 maggio 2016 17:59
 
Il 28 Aprile scorso, l’agenzia di stampa “Il Sole 24 Ore Radiocor Plus” pubblica un comunicato stampa, in tema di tutela del risparmio, che ha molto il sapore dell’istituto Luce. E’ breve e credo che meriti pubblicarlo integralmente (le evidenziazioni sono nostre): “Il 26 aprile la Banca d'Italia ha incontrato le Associazioni dei consumatori per parlare di tutela dei clienti bancari e finanziari. Nella riunione - si legge in una nota - la Banca ha illustrato le linee guida indirizzate al sistema bancario e finanziario per migliorare l'organizzazione e il funzionamento degli Uffici Reclami. Le Associazioni hanno accolto con favore l'iniziativa ed è stato concordato di continuare a monitorare la qualità del servizio reso alla clientela. Nel corso dell'incontro sono stati anche approfonditi alcuni aspetti della nuova disciplina sulla gestione delle crisi bancarie e sul sistema di garanzia dei depositi. E' stata l'occasione per condividere le preoccupazioni e i dubbi dei risparmiatori. Banca d'Italia e Associazioni hanno convenuto sull'importanza che trasparenza e chiarezza delle informazioni rivestono nella relazione tra intermediari e clienti. E soprattutto si è convenuto sull'esigenza di fornire ai clienti gli strumenti informativi necessari per valutare caratteristiche e rischi dei prodotti offerti. Il prossimo incontro sarà dedicato alle problematiche connesse alle segnalazioni alla Centrale dei Rischi gestita dalla Banca d'Italia e agli ulteriori approfondimenti sulla cessione del quinto dello stipendio”.

Questo comunicato, in particolare nelle parti evidenziate, dimostra in maniera chiara come alla base di grandi problemi sociali vi sia sempre anche un’impostazione ideologica sbagliata. Non è solo scorrettezza dei comportamenti umani, non c'è solo disonestà intellettuale. C'è anche un modo di pensare sbagliato che è invece considerato così ovvio da non poter essere neppure messo in discussione.

Qui il concetto è: la tutela dell'investitore si fonda sulla trasparenza e la chiarezza delle informazioni. Così NON è. Trasparenza e chiarezza delle informazioni sono condizioni necessarie ma NON sufficienti. Questo è l'errore concettuale che sta alla base della cattiva tutela dei risparmiatori, poi viene tutto il resto, la disonestà, le truffe, la politica, tutto quello che volete. Ma alla base c'è un errore ideologico che è talmente diffuso da non poter essere neppure seriamente messo in discussione senza passare per matti.

Come abbiamo ripetuto tante volte, è evidente che è preferibile avere “strumenti informativi bla, bla, bla e bla bla” che non averne. Mai l’esperienza ormai consolidata da anni dimostra in maniera inequivocabile che questi non servono quasi a niente. Spesso più informazioni peggiorano le cose, invece che migliorarle. Ciò che è necessario è cambiare radicalmente l’approccio partendo dai dati di fatto, ovvero che le persone, mediamente, non leggono tutta questa carta e prendono le decisioni esclusivamente sulla base di ciò che gli raccontano a voce gli intermediari finanziari. Questa è la semplice verità.
La grande maggioranza delle persone non si sentono in grado di valutare queste informazioni (ed una fetta non trascurabile di esse effettivamente non lo è).
Se vogliamo veramente (e non a parole!) tutelare i risparmiatori dobbiamo creare regole che incidano nelle scelte in maniera concreta.
Riporto, di seguito, una sintesi della nostra proposta per una concreta tutela del risparmio.

In primo luogo gli investitori dovrebbero essere classificati in tre categorie: 1) investitori con esperienza comprovata dal superamento di uno specifico esame; 2) investitori assistiti da professionisti o strutture (come i club d'investimento presenti in alcune nazioni europee) che si assumo la responsabilità delle scelte dell'investitore; 3) investitori senza esperienza.
Le prime due categorie d’investitori sono liberi di investire su tutto l'universo investibile e gli intermediari finanziari devono fornire loro tutte le informazioni previste dalla normativa attuale.
Per il terzo gruppo, che rappresenterà la grandissima maggioranza, ogni operazione dovrebbe essere ricondotta ad un obiettivo finanziario secondo uno schema unico stabilito dall'autorità di vigilanza (in Italia dalla Consob). La mia esperienza professionale di oltre 15 anni a contatto con gli investitori individuali, mi dice che le esigenze per le quali si investono dei soldi, alla fine, si possono ridurre ad una casistica piuttosto ristretta che si conta sulle dita di una mano, al massimo due se vogliamo essere pignoli.
Per ciascun obiettivo d'investimento l'autorità di vigilanza deve identificare uno strumento standard adeguato all'obiettivo dichiarato dall'investitore. Lo strumento standard non è, ovviamente, il “miglior” strumento possibile. Questa scelta standard, però, è l'opzione selezionata dall'autorità di vigilanza che evita, per dirla in soldoni, le “fregature” dei prodotti che esistono solo perché gli investitori sono ignoranti.
Se l'investitore si vuole avventurare nel mondo della finanza alla ricerca di un portafoglio finanziario migliore delle opzioni standard, deve dimostrare di avere le competenze, superando uno specifico esame, oppure deve essere assistito da qualcuno competente che si assume le responsabilità delle scelte dell'investitore.
Se la banca vuole collocare agli investitori della terza categoria degli strumenti diversi dall’opzione standard deve far firmare un semplice foglio al cliente, scritto a lettere cubitali, con il quale dichiara di non scegliere lo strumento standard selezionato dall’autorità di vigilanza e di seguire la raccomandazione dell’intermediario che si assume la responsabilità di valutarlo come più adeguato rispetto all’opzione standard specificandone le ragioni.

Questo tutelerebbe realmente i risparmiatori. Avrebbe però il difetto di ridurre in maniera drammatica i profitti del sistema bancario italiano che si basano, in larghissima parte, sul rifilare fregature ai propri clienti. 
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