Venerdì 6 novembre 2026
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Bambini, adolescenti e schermi digitali: un rapporto da ripensare

Articolo · Redazione ·
zhenzhong liu - Unsplash
Foto: zhenzhong liu — Unsplash (Unsplash License (libero uso))

Pediatri e comunità scientifica chiedono da anni di limitare l’esposizione dei più piccoli agli schermi, ma i dati italiani indicano la direzione opposta. Un bambino su tre usa schermi già prima dei sei mesi, e lo smartphone arriva in media a sette anni. Uno studio dell’ISTC-CNR, che ha ascoltato anche i bambini, mostra che il telefono sta cambiando il modo in cui si concede e si vive l’autonomia. Tra gli adolescenti crescono iperconnessione, solitudine e cyberbullismo. Il Bugiardino Digitale e i Patti Digitali propongono un’alternativa ai divieti calati dall’alto: regole condivise tra famiglie, scuola e territorio, perché si tratta di una questione di salute sociale.

 

Negli ultimi anni, il mondo medico internazionale, in particolare la comunità pediatrica, sta lanciando un allarme sempre più pressante ai governi: è urgente porre dei limiti all’uso delle tecnologie digitali e all’esposizione precoce agli schermi fin dalla prima infanzia. Permettere a bambini così piccoli di interagire precocemente con dispositivi digitali rischia infatti di impattare negativamente sul loro sviluppo psicofisico. Tra le conseguenze più documentate figurano le difficoltà nella regolazione delle emozioni e nella sfera delle autonomie, ritardi nello sviluppo neurocognitivo (con ripercussioni su pensiero, memoria, apprendimento e abilità comunicative) e problemi di salute fisica, primo tra tutti l’obesità legata alla sedentarietà.

 

A fronte di questi rischi evidenti, la comunità scientifica ha cercato da tempo di tracciare dei confini chiari per guidare le famiglie. Le prime indicazioni ufficiali risalgono al 1999, quando l’American Academy of Pediatrics (AAP) emise le sue raccomandazioni per regolamentare il tempo trascorso principalmente davanti alla TV, indicando di evitarla sotto i due anni di età e di limitarla a massimo un’ora al giorno per i più grandi. Oggi, le direttive più recenti hanno esteso questi divieti a tutti i dispositivi digitali (smartphone, tablet e PC). In questa stessa direzione si muove la Società Italiana di Pediatria (SIP), che in una recente proposta di legge ha sottolineato l’urgenza di individuare concrete soluzioni politiche per ridimensionare un fenomeno che minaccia sia la crescita dei minori sia l’efficacia del ruolo genitoriale, promuovendo strategie mirate all’educazione digitale. Oltre a sostenere proposte di legge per individuare soluzioni politiche adeguate, la SIP e l’Associazione Culturale Pediatri (ACP) hanno promosso uno strumento pratico e innovativo: il Bugiardino Digitale. Proprio come il foglietto illustrativo di un farmaco, questo vademecum orienta i genitori e la comunità adulta in generale, indicando dosaggi, controindicazioni ed effetti collaterali degli schermi per ogni fascia d’età, ricordando che i dispositivi non sono giocattoli innocui, ma strumenti da somministrare con estrema cautela e consapevolezza per garantire sia il benessere del bambino sia quello di chiunque fruisca di dispositivi digitali.

 

I bambini stanno davanti agli schermi fin dai primi mesi di vita

Nonostante questi chiari moniti da parte degli esperti, la realtà quotidiana sembra andare nella direzione opposta, sollevando un interrogativo spontaneo: come mai i bambini si ritrovano in mano questi strumenti fin dai primissimi mesi di vita? Dalla letteratura scientifica emerge che a pesare su questa dinamica è primariamente il comportamento dei genitori. Sempre più spesso, i caregiver ricorrono agli schermi per intrattenere o calmare i figli, adoperandoli a tutti gli effetti come “ciucci emotivi” o veri e propri babysitter digitali. Questa abitudine diffusa si riflette in modo impressionante nei dati raccolti nel nostro Paese. Un’ampia indagine condotta in Italia su circa 30.000 madri in undici regioni rivela infatti che l’uso degli schermi inizia in culla: sotto i 6 mesi, il 34,3% dei neonati trascorre del tempo al giorno davanti a TV, smartphone o tablet, una quota che sale al 64,1% tra i 6 e i 12 mesi e sfiora il 76,4% dopo il primo anno. Con la crescita, l’abitudine si consolida ed evolve: il report di Save the Children (2025) segnala che un bambino su tre tra i 6 e i 10 anni usa lo smartphone quotidianamente.

 

Questi dati confermano una diffusione sempre più precoce e quotidiana dell’uso degli schermi, evidenziando come tali dispositivi siano ormai integrati stabilmente nelle pratiche educative e nella gestione della quotidianità familiare. Anche i dati dell’indagine Bambini Digitali, condotta dall’Associazione Dipendenze tecnologiche, Cyberbullismo e Hikikomori, confermano questo precocissimo contatto: il 41,5% dei bimbi inizia a usare device tra i 2 e i 3 anni, e tra questi quasi uno su due (il 19,3%) ha appena compiuto due anni. Un’esposizione così precoce e prolungata non rimane priva di conseguenze sul percorso scolastico: una recente review pubblicata su JAMA Pediatrics, che ha sintetizzato 23 meta-analisi su oltre 2,8 milioni di bambini in 64 paesi, ha confermato come l’elevato tempo trascorso davanti agli schermi incida negativamente anche sul rendimento negli studi.

In questa prospettiva si colloca anche uno studio trasversale dell’ISTC-CNR condotto in tre realtà della Regione Lazio su un campione di 234 bambini (tra i 5 e i 10 anni) e 215 genitori. La ricerca evidenzia come lo smartphone sia ormai il dispositivo personale più diffuso, posseduto dal 49,8% dei bambini intervistati, con un’età media del primo telefono di appena 7,2 anni. L’utilizzo più frequente per i bambini è il gioco (47,4%) e i genitori lo usano per chiamare i propri figli quando sono a casa da soli nel pomeriggio (46,7%) e quando sono fuori casa soli con gli amici (30,3%). Inoltre, riguardo i dispositivi usati maggiormente, la risposta più frequente è la televisione/smart tv (58,9%), seguita da smartphone (52,4%) e tablet (36,4%). I bambini dichiarano di usarli da soli (56,5%) e meno con i loro genitori (33,2%). Il 78,4% dichiara di utilizzare i dispositivi in casa, prima di addormentarsi il 37,7% e mentre mangiano il 23,4%. L’8,7% dichiara di usarli mentre fanno i compiti e di utilizzarli come aiuto a svolgerli. Sono le madri (50,2%), rispetto ai padri, a consentire maggiormente l’uso dei dispositivi. L’elemento innovativo della ricerca risiede nell’aver ascoltato direttamente i bambini e non solo i genitori, questo perché si voleva mettere al confronto le risposte ottenute dalla somministrazione dei questionari. La riflessione fondamentale che emerge da questo studio è che l’introduzione precoce dello smartphone stia progressivamente ridefinendo le modalità con cui l’autonomia infantile viene concessa, mediata e vissuta.

 

Questo cambiamento porta con sé un interrogativo cruciale per la psicologia dello sviluppo: perché l’autonomia è un’esperienza così vitale da promuovere e garantire nell’infanzia? L’autonomia, costrutto cardine all’interno delle life skills, è il motore che permette al bambino di costruire la propria identità e la fiducia in se stesso, oltre a sviluppare il pensiero critico, le competenze sociali e la capacità di problem solving nella vita di tutti i giorni. Se l’esercizio di queste funzioni viene costantemente intermediato o alterato dalla presenza dello smartphone, dalla supervisione costante dei genitori e adulti in generale, si corre il serio rischio di compromettere il naturale processo di crescita e sperimentazione del bambino, privandolo delle competenze necessarie per diventare un adulto consapevole e indipendente.

 

Adolescenti e tecnologia: cresce il senso di solitudine

E per quanto riguarda gli adolescenti, che uso fanno della tecnologia? Come cambia il rapporto? Secondo un’indagine di Save the Children sui ragazzi tra i 15 e i 19 anni, quasi uno su tre utilizza l’IA ogni giorno; il 41,8% dichiara di essersi rivolto all’intelligenza artificiale in momenti in cui si sentiva triste, solo o ansioso e circa il 42% per chiedere consigli su scelte importanti riguardanti relazioni, sentimenti, scuola o lavoro. E ancora, il 38% dei 15-19enni afferma di guardare spesso il cellulare in presenza di amici o parenti e il 27% si sente nervoso quando non lo ha con sé. Più di uno su 8 è iperconnesso, cioè risponde ad indicatori che rilevano un profilo di uso problematico di internet (13%) e il 47,1% è stato/a vittima di cyberbullismo, un dato in aumento dal 2018, quando le vittime erano il 31,1%. A confermare questa tendenza sono anche i dati emersi da un’indagine condotta dall’Istituto Nazionale per le analisi delle politiche pubbliche su un campione di 4.750 bambini e ragazzi tra i 7 e i 14 anni, una fascia d’età che segna il passaggio dalla scuola primaria alla secondaria di primo grado. In questa fase di transizione emerge una vera e propria frattura relazionale: mentre l’uso quotidiano dei social media subisce un’impennata vertiginosa, arrivando a coinvolgere il 55,3% dei dodicenni, si assiste a un crollo della percezione di ascolto e di coinvolgimento nelle decisioni familiari.

Parallelamente cresce il senso di solitudine, che colpisce in modo particolare la popolazione femminile, con una ragazza su quattro che dichiara di sentirsi isolata. Ma quanto tempo trascorrono al giorno rimanendo connessi? Nel report del 2021 Common Sense Media mostra che i preadolescenti di età compresa tra gli 8 e i 12 anni trascorrono in media 5 ore e mezza al giorno davanti a uno schermo, tempo che sale a una media di 8 ore e 39 minuti di utilizzo dei media al giorno per la fascia d’età tra i 13 e i 18 anni.

Dinanzi a un quadro così complesso, appare evidente come la logica del solo divieto calato dall’alto si riveli spesso inefficace soprattutto per costruire un dialogo con il mondo genitoriale. Per cercare di formare contesti di supporto, si stanno diffondendo sempre più in Italia i Patti Digitali. Si tratta di accordi condivisi e stipulati sul territorio tra genitori, insegnanti, educatori, pediatri ed enti locali. L’obiettivo dei Patti Digitali è stabilire regole comuni e condivise sull’accesso alla tecnologia, come il ritardare la consegna dello smartphone personale (ad esempio non prima della terza media) o definire momenti e spazi screen-free (a tavola, prima di dormire, durante le gite scolastiche). Quando la scelta di porre dei limiti non è una decisione isolata della singola famiglia, ma una norma sociale condivisa dall’intero gruppo dei pari, il bambino stesso dovrebbe sentire meno il bisogno di possedere un dispositivo e di più quello di sperimentare la socialità reale tra pari.

Imparare a navigare la complessità del mondo digitale non significa demonizzare la tecnologia, ma restituirle il suo ruolo di strumento anziché di sostituto relazionale. Se per la prima infanzia la priorità resta quella di proteggere il corpo, la mente e il gioco reale dall’intrusione precoce degli schermi, con gli adolescenti la sfida si sposta sulla presenza. Recuperare spazi di ascolto autentico in famiglia e a scuola è l’unico modo per evitare che una richiesta di aiuto o di conforto trovi risposta soltanto nell’algoritmo di un chatbot. Educare ai media significa, prima di tutto, riappropriarci del nostro tempo e delle nostre relazioni: un compito che richiede un’assunzione di responsabilità collettiva da parte degli adulti, poiché si tratta a tutti gli effetti di una questione di salute sociale. I bambini sono grandi imitatori e se permettiamo o incentiviamo un uso improprio della tecnologia fin dai primi mesi di vita, rischiamo di compromettere lo sviluppo della loro persona e della loro personalità. Una personalità che ha bisogno di esprimersi nel mondo reale, specialmente durante l’adolescenza, uno dei periodi più delicati della crescita. Ascoltare il mondo medico e scientifico non è solo una scelta opportuna, ma la strada maestra per invertire la rotta e prenderci cura della parte più giovane della popolazione.

 

(Marica Notte su Scienza in Rete del 06/11/2026)

 

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