Colombia dopo Petro: la riforma antidroga rimasta incompiuta

Con l'avvicinarsi della fine del mandato presidenziale di Gustavo Petro, la Colombia si trova a fare i conti con un'agenda di riforma della politica sulle droghe rimasta in larga parte incompiuta. Come riporta TalkingDrugs, il tentativo del presidente colombiano di abbandonare l'approccio proibizionista tradizionale — puntando su riduzione del danno, regolamentazione e dialogo con i gruppi armati — ha incontrato forti resistenze politiche e istituzionali, lasciando aperto un dibattito tutt'altro che risolto.
Petro era salito al potere nel 2022 con la promessa esplicita di porre fine alla "guerra alla droga" guidata dagli Stati Uniti. Da allora ha adottato una versione modificata di quell'approccio, con una maggiore attenzione ai diritti umani: ha ridotto le eradicazioni forzate delle coltivazioni di coca, sostenendo che penalizzino ingiustamente i contadini poveri, e ha avviato trattative con gruppi armati nel tentativo di ridurre la violenza. Il suo governo ha anche chiesto alle Nazioni Unite di depenalizzare la foglia di coca, richiamandosi ai suoi usi tradizionali tra le popolazioni indigene delle Ande.
Sul fronte dei sequestri, il bilancio appare a prima vista positivo: la Colombia ha raggiunto volumi record di cocaina intercettata, con 848,5 tonnellate confiscate nel 2024, quasi il doppio rispetto al 2019. Petro ha rivendicato questi risultati come prova dell'efficacia della sua strategia. Tuttavia, i critici osservano che queste cifre potrebbero semplicemente riflettere un aumento complessivo della produzione e del traffico, non un suo contenimento.
Sul versante della coltivazione, il quadro è ancora più problematico: con 253.000 ettari di coca coltivati, la Colombia ha raggiunto i livelli più alti mai registrati dall'inizio del monitoraggio ONU nel 1999. Questo dato ha alimentato le critiche da parte di Washington, che nel 2025 ha decertificato la Colombia come partner affidabile nella lotta al narcotraffico, accusando Petro di aver adottato una politica di "accomodamento" verso i gruppi narcotrafficanti.
Il tentativo di legalizzare la cannabis a uso ricreativo — uno degli obiettivi simbolici dell'agenda riformista — si è arenato in Parlamento: il disegno di legge ha superato sette degli otto passaggi necessari, per poi essere respinto all'ultimo dibattito per un solo voto mancante. Anche il piano di "Pace Totale", con cui Petro ha cercato di raggiungere accordi di cessate il fuoco con guerriglie e gruppi criminali, ha mostrato risultati contraddittori: in alcune zone la violenza è diminuita, mentre in altre la situazione umanitaria è peggiorata drasticamente.
A complicare il quadro, la tensione con gli Stati Uniti. L'amministrazione Trump ha esercitato pressioni crescenti sulla Colombia, minacciando sanzioni e arrivando ad accusare lo stesso Petro di essere coinvolto nel traffico di droga — accuse che il presidente colombiano ha respinto duramente, chiedendo a sua volta di indagare Trump per crimini di guerra legati agli attacchi americani contro imbarcazioni sospettate di trasportare stupefacenti nel Mar dei Caraibi.
Con le elezioni presidenziali colombiane verso la conclusione (il prossimo 21 giugno c'è il ballottaggio finale trai due contendenti), il dibattito sulla politica della droga resta aperto e controverso. Le sfide ereditate dall'era Petro — come riformare un sistema fallimentare senza cedere alle pressioni proibizioniste esterne e senza abbandonare le comunità rurali più vulnerabili — rimarranno al centro dell'agenda per chiunque governerà il paese.