Venerdì 24 luglio 2026
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Considerazioni sulla conferenza di Trieste

Articolo · Simone Feder* ·
Riceviamo e pubblichiamo

Dai saloni del Palazzo della Stazione Marittima a Trieste arriva un importante slogan condiviso e sponsorizzato in primis dal sottosegretario Carlo Giovanardi e sottolineato dal presidente della Camera Gianfranco Fini: non esiste un diritto a drogarsi, esiste semmai un diritto a essere liberi dalla droga.
Questo è stato uno dei concetti chiave della 5°Conferenza Nazionale sulla politiche antidroga, un impegno comune che possa coinvolgere pubblico e privato in collaborazione verso modelli di terapia che mettano al centro il pieno recupero della persona permettendole di recuperare un progetto proprio di vita con una maggior consapevolezza dei suoi limiti e valorizzazione delle sue potenzialità.
Pur sostenendo in modo forte e determinato la contrarietà alla legalizzazione, ritenuta prima di tutto un dovere per contrastare la ‘cultura della morte’,(anche a Vienna 180 Paesi hanno firmato un documento che esprime un no secco alla liberalizzazione di qualsiasi tipo di droga) è stata fortemente ribadita la necessità di lavorare non solo sul versante repressivo.
Risulta pertanto fondamentale interrogarsi sulle motivazioni che spingono giovani e non giovani, persone disagiate e professionisti, fasce di popolazione sempre più trasversali, ad avvicinarsi alle sostanze, ritenute purtroppo sempre più ‘normale’ sebbene esplicitamente e dichiaratamente illegali.
Le notizie non fanno più scalpore, non esiste più quella sana paura della pericolosità di questo mondo che diventa invece sempre più attraente e a portata di mano.
Pensiamo al commercio sul web dove il mercato delle sostanze è in continua espansione e costante aggiornamento; i tempi corrono sempre più veloci, ma è necessario riuscire a tenerne il passo, motivo per cui il sottosegretario Giovanardi e il capo del dipartimento antidroga il dott. Giovanni Serpelloni hanno preannunciato un aggiornamento delle tabelle ministeriali per poter includere anche le nuove spice drug già diffusissime nel paese e purtroppo ancora legali.
La rivoluzione deve quindi necessariamente essere culturale, passando da ogni livello dell’odierna società, politici, mass media, scuola, professionisti di ogni genere, ma prima di tutto deve interessare la famiglia.
È necessario che il primo veicolo di trasmissione di una nuova cultura, fondata su precisi contenuti valoriali, una chiara definizione del limite e una profondità relazionale importante, debba principalmente essere il nucleo familiare.
I giovani d’oggi hanno bisogno di testimoni forti, portatori di quello stile di vita alternativo in modo credibile e costante.
Ci sono realtà familiari frammentate, divise, all’interno delle quali si respira un clima “educativo” o di estremo controllo o di disinteresse assoluto, con la conseguenza di non aiutare il ragazzo ad apprendere modalità comportamentali ed emotive di approccio alla vita e alla realtà valide. Il rischio è quello di sfuggire alla noia lasciandosi trascinare nel vortice del consumismo, di quei modelli apparentemente vincenti e desiderabili ma vuoti di ogni significato che la società presenta alla ricerca solo dell’estrema prestazione.
Questa è la battaglia che le Comunità terapeutiche oggi si sentono di intraprendere. Poter fornire ai giovani modelli alternativi, spazi di incontro e accoglienza all’interno dei quali poter crescere con la propria personalità in modo libero e critico.
Portare avanti in questo modo il concetto dello sballo della normalità, invogliando i giovani a trovare soddisfazione e realizzazione in ciò che quotidianamente la vita ‘sana’ propone loro. La possibilità di mettere in gioco le proprie abilità, coltivare interessi nuovi, instaurare relazioni mature e di crescita… questo ciò che la terapia comunità vuole proporre, associato ad una presa in carico contemporanea dell’intero nucleo familiare.
A seguito di questa conferenza (come preannunciato a Trieste dal sottosegretario Giovanardi) riteniamo perciò fondamentale che si adempia, in tempi brevi, alle sollecitazioni fatte quali fornire un aiuto alla comunità di recupero che sempre di più rischiano il fallimento, ricostruire un fondo nazionale per Ser.D. e Comunità oppure destinare un 1,5% dei finanziamenti statali per la sanità regionale ed infine potenziare l’aspetto educativo di prevenzione e diffusione di una nuova cultura in famiglia, nelle scuole e all’interno di tutte le agenzie educative (parrocchie, società sportive, centri di aggregazione…)
Solo in questo modo non sarà più il diritto a drogarsi ad essere richiesto a gran voce nelle manifestazioni, ma sarà il diritto alla vita, una vita sana, fatta di scelte mature e improntata al vero e reale benessere.

*Simone Feder
Coordinatore Area Adulti Dipendenze
Comunità Casa del Giovane
Pavia


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