Venerdì 23 ottobre 2026
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Diritti senz’anima: quando l’afonia del Garante diventa asfissia per i detenuti

Articolo · Angela Furlan ·

In carcere la libertà è già compressa. Se viene meno anche la voce istituzionale di chi dovrebbe ascoltare, raccogliere, segnalare e portare all’attenzione delle istituzioni ciò che accade dietro le sbarre, quella restrizione rischia di trasformarsi in asfissia.

 

È questa la sensazione che lascia la vicenda del Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Lazio.

 

Dal 21 ottobre, infatti, il Lazio è senza Garante: il mandato di Stefano Anastasia è terminato e il successore non è ancora stato nominato, nonostante la procedura per la presentazione delle candidature abbia raccolto 23 domande. Nel frattempo, l’ufficio non può più svolgere pienamente quelle funzioni istituzionali che gli consentono di ricevere e seguire segnalazioni, interlocuzioni e problematiche provenienti dalle persone detenute, dai loro familiari, dagli avvocati e dagli operatori.

 

Una voce, dunque, si spegne. E la domanda è: chi perde quella voce?

 

Il Garante non è un giudice e non sostituisce gli altri soggetti cui l’ordinamento affida la tutela dei diritti delle persone private della libertà. La sua funzione è diversa: rappresenta un presidio autonomo di ascolto, monitoraggio e interlocuzione istituzionale, capace di raccogliere ciò che accade negli istituti e di portarlo al di fuori delle mura carcerarie.

Quando questo presidio viene meno, il carcere non diventa necessariamente più illegittimo. Diventa, però, più difficile da ascoltare.

 

Ed è proprio qui che una vicenda apparentemente amministrativa assume un rilievo più generale. La scadenza di un mandato è un evento prevedibile e la continuità delle funzioni di garanzia non dovrebbe dipendere dall'assenza, per un tempo indefinito, della nomina del successore. Non si tratta soltanto di occupare una casella istituzionale: si tratta di assicurare continuità a una funzione strutturata per rendere concretamente accessibili diritti e tutele.

 

Questo non significa sostenere che la sola vacanza dell'ufficio costituisca automaticamente una violazione dei diritti delle persone detenute: gli altri organi e strumenti di tutela continuano a operare. Significa però riconoscere che la sospensione di uno specifico presidio di garanzia riduce i canali attraverso i quali una persona privata della libertà può far emergere una situazione, ottenere ascolto e sollecitare una risposta dalle istituzioni.

 

È qui che la questione del Garante incontra quella che definisco effettività amministrativa dei diritti fondamentali.

 

Un diritto non vive soltanto perché è scritto in una legge, riconosciuto dalla Costituzione o affermato da una sentenza. Per essere effettivo ha bisogno anche di istituzioni funzionanti, procedure accessibili, interlocutori identificabili e tempi ragionevoli. È nell'organizzazione concreta dell'amministrazione che spesso si misura la distanza tra il diritto formalmente riconosciuto e quello realmente esercitabile.

 

Quando tali strumenti vengono meno, il diritto non scompare, ma rischia di rimanere privo delle condizioni che gli consentono di raggiungere la persona.

 

È questa, in fondo, l'immagine dei “diritti senz'anima”: diritti che continuano a esistere nell'ordinamento, ma che rischiano di perdere concretezza quando vengono meno i dispositivi istituzionali attraverso i quali possono essere ascoltati, attivati e resi effettivi.

Nel caso delle persone detenute, il problema è ancora più evidente. Chi è privato della libertà non può semplicemente uscire da una porta e cercare altrove un interlocutore: la sua possibilità di far sentire la propria voce dipende, in larga misura, dall'esistenza e dal funzionamento dei canali istituzionali predisposti a raccoglierla.

 

Per questo la nomina del nuovo Garante del Lazio non dovrebbe essere considerata una questione meramente politica o organizzativa, bensì una garanzia inderogabile di continuità funzionale. Un'occasione che dovrebbe spingere a interrogarsi su come evitare che, in futuro, la scadenza di un mandato produca vuoti istituzionali proprio laddove la tutela dei diritti richiede massima continuità.

 

Perché in carcere la libertà è già limitata. Se si restringono anche gli spazi attraverso i quali le persone possono essere ascoltate, l'inevitabile compressione della libertà rischia di trasformarsi in isolamento istituzionale.

 

E quando la voce che dovrebbe attraversare quelle mura si spegne, l'afonia non è più soltanto silenzio. Può diventare asfissia.

 

Ed è allora che i diritti formalmente riconosciuti rischiano di diventare, ancora una volta, diritti senz'anima.

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