Firenze e il Demolizionismo

Da secoli laboratorio di nuove culture politiche, a Firenze fa capolino una nuova tendenza: il demolizionismo. Scelta radicale e finale, igiene del definitivo e prassi dell’azzeramento. L’ultimo caso sul quale si sta cimentando questo movimento di idee è la vecchia casa dello studente intitolata a Piero Calamandrei, in condizioni pietose dopo mezzo secolo di vita. Un gruppo di esperti, si è saputo dal vertice in Regione di pochi giorni fa, è incaricato di valutare le tre ipotesi di intervento, tra cui la demolizione completa. La stessa soluzione invocata da qualche anno ad oggi per un altro edificio pubblico, di un decennio più giovane ma non per questo meno malconcio, anzi: il carcere di Sollicciano, quello di cui intere sezioni sono state sequestrate dalla magistratura e che il Comitato contro la tortura del Consiglio d’Europa aveva definito, quasi un anno prima, assolutamente non idoneo ad ospitare detenuti e lavoratori. Senza dubbio la demolizione è qualcosa che sembra avere il forte e rassicurante sapore dell’azione, del risolvere la questione una volta per tutte, capace di segnare quella linea di confine oltre la quale comincia il nuovo.
Per i boomers ha il colore e il rumore della visionaria e liberatoria esplosione finale di Zabriskie Point di Michelangelo Antonioni. E sul dopo si vedrà. Appunto.
Come nel caso di quello che oggi si chiama studentato e dell’altro che si è sempre chiamato carcere. Dove li mettiamo a dormire gli studenti una volta raccolte le macerie? E i detenuti li spostiamo, sfidando la legge dell’impenetrabilità dei corpi — i loro — e soprattutto quella dell’umanità, in altri istituti già pieni all’inverosimile? È vero, ci sono sul tappeto ipotesi e progetti per immobili volano in cui trasferire futuri ingegneri e attuali condannati, validi anche nel caso della più moderata soluzione del restauro, ma questi dovrebbero venire prima di ogni scelta che privi quegli edifici dei propri abitanti. Quanto agli studenti, è singolare che le alternative di spostamento ad ora esaminate siano molteplici, tranne una: quella di utilizzare gli studentati privati sorti come funghi negli ultimi anni, magari attraverso un intervento del pubblico che ovviamente non preveda l’applicazione dei canoni di mercato. Se è emergenza, lo sia fino in fondo e ciascuno, privati compresi, si adeguino.
Insomma, la meravigliosa carica rivoluzionaria che la demolizione porta con sé rischia di spegnersi, di esaurirsi nella sua invocazione verbale, in un massimalismo che soddisfa più la rabbia che i bisogni. Per poi magari diventare un inconfessato, magari non cercato, alibi per giungere a quella che alla fine è la soluzione regina, certo la più frequentemente praticata, e cioè lasciare tutto com’è, in un’attesa che la questione si risolva da sé, con l’intervento coattivo di qualche autorità diversa, come la magistratura, o semplicemente in modo «naturale». In fondo il crollo, anche progressivo, per abbandono, cosa altro è se non una demolizione differita?
(pubbliccato su Corriere fiorentino - Corriere della Sera del 08/11/2026)