Venerdì 5 giugno 2026
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Immigrazione. L’elefante nella stanza

Articolo · Redazione ·
Fibonacci Blue - Openverse
Foto: Fibonacci Blue — Openverse (CC BY 2.0)

L’immigrazione è uno dei temi più sensibili nel dibattito politico italiano. Esempi recenti sono le discussioni sui Centri per migranti creati in Albania e, dopo i fatti di Modena, quelle sull’ampliamento dei motivi per revocare la cittadinanza acquisita. Questioni sicuramente importanti ma che, dal punto di vista quantitativo, poco incidono sulle dimensioni complessive di un fenomeno che, tra prima e seconda generazione, rappresenta attualmente ben più del 10% dei residenti e dei lavoratori. Eppure, ci ricordano Corrado Bonifazi e Cinzia Conti, questi dati raccontano una realtà che è ormai parte integrante della struttura della nostra società, rimangono generalmente ai margini della discussione pubblica, diventando un vero e proprio elefante nella stanza.

 

Il vuoto demografico  

L’immigrazione in Italia ha raggiunto le dimensioni attuali anche per effetto di precisi fattori di richiamo di natura demografica. La bassa fecondità ha infatti determinato già negli anni novanta del secolo scorso una diminuzione degli italiani in età lavorativa di 1,46 milioni di unità nell’Italia Centrosettentrionale e di 111 mila nel Mezzogiorno. Una dinamica che nel nuovo secolo si è fatta sempre più evidente e generalizzata: la popolazione in età lavorativa (Pel) con cittadinanza italiana è infatti passata dai 37,2 milioni del 2002 ai 32,95 del 2026, con una perdita netta di 4,2 milioni che ha sicuramente dato un grosso contributo alla parallela crescita dell’immigrazione straniera. Fino al 2011 i valori sono rimasti sostanzialmente stabili nel Mezzogiorno, mentre diminuivano visibilmente nel Centro Nord. Negli anni successivi la discesa della Pel è invece diventata molto più intensa nelle regioni meridionali, dove in questo ultimo periodo si stanno concentrando gli effetti maggiori del declino demografico del Paese.

 

Viste le attuali dinamiche demografiche la diminuzione della Pel con cittadinanza italiana è destinata a continuare ancora a lungo. Le dimensioni delle nuove generazioni si fanno infatti sempre più scarne, il saldo migratorio degli italiani continua ad essere negativo, con una perdita di 351 mila unità tra 2019 e 2025, e l’unica posta positiva del bilancio è rappresentata da quelle acquisizioni di cittadinanza diventate recentemente uno dei bersagli preferiti delle esternazioni di opinionisti e politici di destra.

 

Gli spazi nel mercato del lavoro

Ai vuoti creati dalla demografia nel mercato del lavoro il sistema ha risposto, anche in assenza di esplicite scelte politiche, con un sempre più ampio ricorso agli stranieri. I permessi di soggiorno per lavoro erano 424 mila all’inizio del 1992 e nel corso decennio sono quasi raddoppiati arrivando a 838 mila nel 2001. Una crescita che non si è più arrestata come mostrano i dati delle forze di lavoro che dal 2005 raccolgono anche i dati per la popolazione straniera e che hanno visto nell’ultimo ventennio gli occupati stranieri più che raddoppiare, passando da 1,15 milioni a 2,52 .

 

I lavoratori stranieri rappresentano nel 2025 quasi il 14 % degli occupati nel Centro Nord e il 6% nel Mezzogiorno, valori che tra le donne arrivano al 9,6 e al 3,3%, cifre che mostrano in tutta evidenza la strutturalità di un fenomeno che è uno dei cambiamenti più significativi della società italiana negli ultimi decenni. In alcuni settori l’incidenza percentuale degli occupati stranieri è ancora più elevata (Fig. 3), arrivando al 30,9% negli altri servizi collettivi e personali, al 20% in agricoltura, al 18,5% nel settore alberghiero e della ristorazione, al 16,9% nelle costruzioni e al 13,8% nei trasporti e nella logistica.

 

Tirando le somme

L’immigrazione non è un destino inevitabile. Anche se, con una situazione demografica come quella italiana appare veramente difficile poterne fare a meno, come dimostrano le stesse dimensioni raggiunte dal fenomeno. L’immigrazione non è una soluzione miracolosa in grado di annullare tutte le conseguenze negative delle tendenze demografiche in atto ma, come ha ampiamente sperimentato la nostra economia, è sicuramente il mezzo più rapido e diretto per rispondere alle carenze di offerta di lavoro. Da questo punto di vista, una politica che volesse stimolare l’offerta nazionale per ridurre la domanda di lavoro straniero non avrebbe che l’imbarazzo della scelta. Le donne, i giovani, il Mezzogiorno e le aree interne sono altrettanti target potenziali di interventi che potrebbero contribuire a ridurre il nostro ritardo nei livelli di attività e di occupazione rispetto ai massimi registrati nell’Unione europea. Il paradosso è evidente: mentre il dibattito pubblico si concentra su misure quantitativamente marginali — i centri in Albania, la revoca della cittadinanza —  continuano a diminuire gli italiani in età attiva sostituiti di fatto da 2,52 milioni di lavoratori stranieri. 

 

La politica migratoria dovrebbe diventare una componente di un intervento più complessivo sulla demografia del paese. Nel caso italiano, appare infatti necessario intervenire su più fronti. Creando un clima sociale ed economico che permetta ai giovani di realizzare i propri percorsi di vita e riduca l’ampia forbice che si è creata tra fecondità desiderata e realizzata, individuando strumenti più efficaci di gestione dei flussi in arrivo e delle dinamiche di inserimento degli immigrati nella società italiana. Intervenire anche sui fattori che stanno favorendo la ripresa dell’emigrazione dei giovani italiani e su quelli che, a distanza di più di un secolo e mezzo dall’Unità del paese, continuano a determinare la perdita migratoria del Mezzogiorno nei flussi interni. Questioni non facili da affrontare e che sono il retaggio di problemi radicati nella nostra storia ma da cui bisogna invece partire se si vuole gestire nel modo migliore l’attuale congiuntura demografica del paese.

 

Note

1 Declino demografico? Per ora un problema del Mezzogiorno
2 Tra 2019 e 2025 le acquisizioni di cittadinanza sono state 1,2 milioni e hanno comportato quasi un dimezzamento nella perdita complessiva nella popolazione con cittadinanza italiana che, senza naturalizzazioni, in questo breve periodo di tempo sarebbe stata pari a 2,7 milioni.

 

(Corrado Bonifazi e Cinzia Conti su Neodemos del 05/06/2026)

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