La libertà è partecipazione! Un caldo invito a recarci alle urne per il referendum
Ho letto stamani su “La Stampa” un articolo di Nathania Zevi, che ho trovato molto interessante e che segnalo a chi legge queste noterelle.
La giornalista osserva che nel caso di domani, come del resto in ogni referendum, «a contare, quando la partita è tra il sì e il no, è il risultato», qualunque esso sia. Osserva subito dopo che «negli anni dell’astensionismo record, credo che dovremmo interrogarci soprattutto sulla questione di fondo, quella del gesto. E dunque del voto». Infatti, l’abitudine odierna «a un commento rapido, istintivo, spesso rabbioso», ha fatto sì che i cittadini italiani «si siano progressivamente sottratti a uno dei pochi appuntamenti che davvero pesano e contano, quello che forse più di tutti ha a che vedere col partecipare».
Ecco, il voto è uno di questi momenti in cui la possibilità di partecipare, «di esserci, torna concreta, fisica». E il referendum lo è in modo particolare, perché è «una chiamata diretta, senza intermediari, senza filtri». E’, quello del referendum, «un giorno in cui ci sei oppure no.[…]. C’è una scheda, la cabina, la matita, il tuo segno, il tuo numero».
E qui si osserva il paradosso esistente tra la richiesta costante di questi nostri tempi che è quella di pesare di più nelle scelte pubbliche, negli iter politici e nelle grandi decisioni e il fatto che, quando arriva il momento di farlo … « una parte crescente del Paese sceglie di non esserci, con l’astensione che sembra diventata abitudine, postura, espressione».
I cittadini tacciono, si può dire, ma questo tacere, osserva Zevi, «fa rumore ed è più che mai divisivo. Un silenzio che svilisce i processi, esautora le istituzioni, sterilizza il conflitto che senza partecipazione rischia di farsi rumore di fondo e non grido. E forse è proprio qui che il cortocircuito diventa evidente: quella distanza che scegliamo o che piuttosto finiamo per subire, va ad alimentare con frustrazione, sfiducia o rabbia priva di direzione o esito, proprio ciò che giuriamo di non sopportare».
Ci troviamo, afferma Zevi, in un’altra situazione paradossale. Nel nostro mondo si sono moltiplicate le possibilità di espressione, perché sono tante le cose che si sovrappongono (immagini, video, parole, opinioni, e per ultima l’intelligenza artificiale), ma proprio per questo non facciamo altro che parlare di tutto e scegliamo sempre meno.
In una situazione come questa, il referendum «è un’anomalia preziosa che interrompe la successione dei post e impone una posizione, e con essa un gesto».
Non è, questo, sia chiaro, un atto eroico né è capace di trasformare tutto; da lunedì prossimo – Zevi ne è convinta- ci sarà la stessa confusione e il mondo sarà ancora in fiamme. Ma ciò che è importante è che andare a votare, solo questo, « è uno dei pochi momenti in cui la distanza tra noi e gli altri, ma anche tra il nostro essere cittadini o utenti, può essere colmata. Un istante in cui si passa, concretamente, da spettatori a partecipanti con potere trasformativo e generativo». Perché, affinché ci possa essere trasformazione c’è «bisogno di passare da un gesto di presenza, di partecipazione, di libertà». E’ vero, è la conclusione, che si tratterà di capire se vince il Sì o il No, ma bisogna anche «chiederci se continueremo a considerare opzionale l’esserci, l’essere NELLE cose». Perché bisogna avere chiaro che la democrazia non può rigenerarsi da sola.
P.S. all’inizio dell’articolo, Zevi allude, senza però nominarlo, a Giorgio Gaber e a una sua canzone del 1973, presente nello spettacolo Far finta d’esser sani. Il ritornello della canzone è “La libertà non è star sopra un albero …. La libertà è partecipazione". La si può ascoltare qui