Sabato 17 ottobre 2026
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Milano: nel quartiere periferico del Giambellino è in atto da tempo un’esperienza che dà la migliore risposta alla visione che appiattisce la questione migratoria su un problema di ordine pubblico

Articolo · Annapaola Laldi ·

Nel mio articolo del 24 settembre, dal titolo Le molte assurdità di Meloni nel vortice di una continua campagna elettorale – questa volta tocca alla scuola , elencavo alcune punti critici, ovvero contraddizioni, della attuale Presidente del Consiglio sulla presenza di alunni stranieri, che, secondo lei, doveva essere limitata per non essere di peso all’intera classe di alunni di madre lingua italiana.

Oggi, un articolo su “Riforma del 14 ottobre, dimostra l’esatto contrario per bocca del prof. Manfredo Tortoreto che è dirigente scolastico dell’ IC “Rita Levi Montalcini” di Milano, un istituto situato in un quartiere periferico della metropoli, il Giambellino, reso famoso da diverse canzoni, tra cui una di Giorgio Gaber, “La ballata del Cerutti Gino” .

Piuttosto che riassumere quello che scrive il prof. Tortoreto, conviene dare subito la parola a lui, offrendo in lettura l’articolo

 

“Oltre la leggenda del Giambellino: la scuola aperta come risposta alla paura 

di Manfredo Tortoreto, dirigente scolastico dell’ IC “Rita Levi Montalcini” – Milano

 “Milano: nel quartiere periferico un’esperienza che coinvolge la comunità scolastica, il Municipio e alcuni enti del Terzo settore. Da queste aule viene la migliore risposta alla visione che appiattisce la questione migratoria su un problema di ordine pubblico

 Ci sono dei posti che, a forza di essere nominati, finiscono per diventare qualcosa di più di un luogo. Entrano nell’immaginario collettivo, si staccano dalla geografia e acquistano una loro mitologia. Il Giambellino è uno di questi. A Milano è un quartiere periferico, con una popolazione di origine straniera pari al 25%, con le sue strade, i suoi palazzi popolari, i cortili e le trasformazioni che ne hanno segnato la storia. Ma per chi lo incontra attraverso la musica, i romanzi e i racconti di chi lo ha vissuto, il Giambellino è anche qualcosa d’altro: è una parola che evoca una certa idea di Milano, popolare e periferica, operaia e irregolare, fatta di bar, ragazzi e ragazze, cortili e strade, ma anche di conflitti, diseguaglianze e cambiamenti sociali.

 Basta pensare a Giorgio Gaber e alla Ballata del Cerutti, dove il quartiere Giambellino diventa lo sfondo di una piccola epopea di strada del povero Drago: il bar, la “madama” che lo ferma e lo spedisce a San Vittore. Il Giambellino riaffiora in forme diverse dagli “Articolo 31” al rap contemporaneo. Ed è proprio questa peculiarità a renderlo interessante. Il Giambellino delle canzoni non è mai esattamente lo stesso: cambiano i ragazzi, i linguaggi, la città e la società. E tuttavia qualcosa rimane: un’idea di quartiere, di strada, di comunità. Il Giambellino non è più coperto di nebbia come nel romanzo di Giovanni Testori degli anni ’50 ma è ancora popolato di ragazze come Gina: giovani donne alla ricerca di un lavoro dignitoso.

 Ma che cosa resta, oggi, di quel Giambellino? Per rispondere basta entrare nell’Istituto che dirigo. È qui che il quartiere si racconta: tra i banchi si incontrano le generazioni, le famiglie e le culture che hanno trasformato questa parte di Milano. I ragazzi del mio Istituto sono l’ultimo capitolo di una storia fatta di migrazioni: prima dal Sud e dal Triveneto negli anni del boom economico, oggi da ogni angolo del mondo, dal Nord Africa all’America Latina all’Asia. Nelle classi i ragazzi di origine straniera variano da un minimo del 38%, come nella mia secondaria, fino al 70% delle scuole vicine.

 Oggi noi Dirigenti scolastici, associazioni del terzo settore e Municipio, vogliamo ribaltare un paradigma culturale diffuso: l’idea che la presenza straniera e le periferie complesse siano una minaccia da gestire con politiche securitarie. Il Giambellino dimostra il contrario: la migliore sicurezza urbana, la vera risposta alla paura e al degrado, risiede nel welfare d’inclusione, nella qualità dell’istruzione e nella forza della comunità educante.

I nostri Istituti affrontano oggi la sfida della segregazione scolastica, quel fenomeno per cui la classe media iscrive i figli in scuole centrali, percepite come più “rassicuranti” e performanti. Questo meccanismo impoverisce la periferia, favorendo classi ad alta concentrazione di alunni con background migratorio o altre fragilità. Per evitare che la scuola diventi un “ghetto”, il quartiere ha messo in campo una buona pratica d’eccellenza: il progetto SCOOP (Scuola cooperativa di prossimità), sostenuto dall’impresa sociale “Con i Bambini”.

 Il cuore di questa esperienza è un Patto territoriale che vede collaborare in modo sistemico il Municipio, tutte le scuole della zona e una fitta rete di associazioni del Terzo Settore, in primo luogo la cooperativa sociale Comunità del Giambellino. Non si tratta di assistenzialismo, ma di una regia cooperativa: le scuole introducono mediatori linguistici e culturali per dialogare con le famiglie, offrono supporto psicologico e organizzano laboratori pomeridiani, di scienze, tecnologia, cinema, giornalismo, sport e orientano i ragazzi e le ragazze verso percorsi scolastici qualificati prevenendo l’insuccesso e l’abbandono scolastico. Si crea così una “scuola fuori dalla scuola” che tiene i cancelli aperti nel pomeriggio, accoglie, crea socialità, aggregazione, competenze.

Il primo compito del Dirigente scolastico è coinvolgere docenti, famiglie e ragazzi in questo progetto etico e pedagogico: non per “abbassare l’asticella” degli apprendimenti, ma per qualificare la didattica attraverso metodologie attive, cooperative e partecipative.

 

I risultati smentiscono ogni pregiudizio, a partire dalle prove Invalsi d’inglese. Nel nostro Istituto i punteggi più elevati sono ottenuti da alunni con background medio-basso. Il livello A2 – il più alto nella scuola secondaria – lo conferma: i nativi lo raggiungono al 90% contro l’87,5% degli stranieri di seconda generazione. Gli alunni cresciuti in contesti multiculturali ottengono performance eccellenti, superiori alle medie nazionali. La presunta debolezza diventa ricchezza cognitiva e l’inclusione un fattore di crescita, rendendo la scuola di quartiere attrattiva anche per le famiglie più abbienti. Le famiglie milanesi non scappano ma fanno a gara per iscriversi: il processo si inverte e dal centro ci si iscrive in periferia.

 Investire nelle scuole aperte, nella cooperazione tra istituzioni e Terzo Settore non è una gentilezza ideologica. È un vero e proprio investimento strategico sul futuro: l’unica strada efficace per costruire una società civile coesa, sicura e capace di garantire pari opportunità a chiunque. Dopotutto, l’esperienza del Giambellino lo dimostra chiaramente: una scuola davvero competente è proprio quella che sa fare dell’accoglienza e dell’inclusione la sua prima leva di eccellenza.

 

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