Miriam, da Gaza a Roma: la storia di un ricongiungimento che ha dovuto attraversare la burocrazia

È la storia di Miriam, nome di fantasia, una bambina palestinese di due anni arrivata in Italia senza i suoi genitori e, proprio per questo, rientrata nella categoria dei minori stranieri non accompagnati. È anche la storia della sua famiglia, finalmente riunita a Roma dopo un percorso lungo, complesso e doloroso.
Il 27 ottobre i suoi genitori e il fratellino, nato a metà ottobre, sono finalmente arrivati a Fiumicino. Per una bambina così piccola, l'abbraccio con la propria famiglia potrebbe sembrare semplicemente il naturale epilogo di una vicenda che non avrebbe mai dovuto cominciare con una separazione.
E invece, prima di quell'abbraccio, ci sono stati mesi di procedure, richieste, documenti, interlocuzioni istituzionali e ostacoli amministrativi.
La vicenda di Miriam racconta infatti qualcosa che va oltre la storia personale di una bambina palestinese e della sua famiglia. Racconta quanto possa essere difficile, per un diritto riconosciuto dall'ordinamento, diventare concretamente esercitabile quando gli strumenti amministrativi non sono costruiti per rispondere alla situazione specifica di un minore.
Miriam si trovava in Italia, affidata alla tutela volontaria. I suoi genitori erano invece a Gaza. La possibilità di ricorrere alla procedura amministrativa ordinaria per favorire il ricongiungimento si è scontrata con un problema tanto semplice da descrivere quanto difficile da superare: procedure e modulistica non consentivano al tutore volontario di attivare direttamente, in modo adeguato, gli strumenti necessari alla tutela del diritto della minore all'unità familiare.
Di fronte a questo ostacolo, è stato necessario rivolgersi all'autorità giudiziaria.
Il Tribunale per i minorenni di Roma ha accolto il ricorso presentato nell'interesse della bambina, riconoscendo la necessità di tutelarne lo sviluppo psicofisico attraverso la presenza stabile e continuativa dei genitori e autorizzandone l'ingresso e la permanenza in Italia.
Il provvedimento giudiziario ha così consentito di trasformare in concreto un principio che dovrebbe essere immediatamente comprensibile: per una bambina di due anni, crescere con i propri genitori non è un privilegio né una concessione. È un diritto che riguarda la sua persona, il suo sviluppo e la sua vita familiare.
Ma la decisione del Tribunale non ha segnato la fine della vicenda. Ha aperto un'altra fase, fatta di interlocuzioni istituzionali, documentazione, coordinamento diplomatico e organizzazione del viaggio. Una fase resa ancora più complessa dalle condizioni drammatiche nelle quali si trovava la famiglia.
Eppure, passo dopo passo, il viaggio è stato possibile.
È stato possibile grazie al lavoro delle istituzioni e di quanti si sono attivati nelle diverse fasi della procedura. È stato possibile grazie alla disponibilità di persone che hanno messo tempo, competenze e relazioni a disposizione della famiglia. Ed è stato possibile anche grazie alla solidarietà concreta di alcuni volontari che hanno contribuito alle spese necessarie per consentire ai genitori e al neonato di raggiungere l'Italia.
Alla fine, Miriam ha potuto riabbracciare la sua famiglia.
È una storia che, inevitabilmente, suscita sollievo. Ma non dovrebbe farci dimenticare la domanda dalla quale questa vicenda è partita: può un sistema amministrativo, chiamato a dare attuazione ai diritti, diventare esso stesso un ostacolo al loro esercizio?
E ancora: può essere affidato alla tenacia dei singoli — tutori, avvocati, operatori, funzionari, volontari — il compito di colmare una lacuna procedurale quando in gioco c'è il diritto di un bambino a vivere con i propri genitori?
La risposta, evidentemente, non può essere positiva.
Perché se per esercitare un diritto fondamentale è necessario prima trovare qualcuno disposto a combattere contro la procedura, quel diritto rischia di diventare un diritto solo sulla carta.
È proprio da questa esperienza che nasce il Progetto Miriam – per l'effettività del diritto all'unità familiare dei minori stranieri non accompagnati, promosso dall'Associazione Super Minus ETS.
Il progetto nasce con un obiettivo concreto: individuare gli ostacoli procedurali che impediscono ai tutori volontari di utilizzare pienamente gli strumenti amministrativi necessari alla tutela dei minori e contribuire a rimuoverli.
La vicenda di Miriam non dovrebbe essere considerata un caso fortunato in cui, grazie alla capacità di alcuni di attivarsi, alla sensibilità di un giudice e alla solidarietà di una rete di persone, il diritto è riuscito comunque a trovare la propria strada.
Dovrebbe essere, piuttosto, un'occasione per chiedersi come fare in modo che quella strada sia più semplice per il prossimo bambino.
Perché non tutti i minori hanno un tutore che possa insistere, un avvocato che possa ricorrere al giudice, una rete di persone capace di coordinarsi e qualcuno disposto a sostenere economicamente un viaggio. E un diritto che dipende dalla disponibilità di queste risorse rischia di essere esercitato in modo diverso a seconda della fortuna incontrata lungo il cammino.
La storia di Miriam, dunque, non finisce con l'arrivo a Roma.
Comincia ora una fase altrettanto importante: quella dell'accoglienza, della ricostruzione di una quotidianità e della possibilità per questa famiglia di ritrovare un po' di serenità dopo la guerra e la separazione.
Per questo, non appena possibile, Super Minus ETS organizzerà un'iniziativa di benvenuto a scopo benefico, con l'obiettivo di raccogliere risorse da destinare alla famiglia e contribuire alle prime necessità della sua nuova vita in Italia. Un sostegno concreto che possa affiancare le risorse messe a disposizione dal familiare che la ospiterà e consentire ai genitori di affrontare i primi mesi con un minimo di tranquillità e dignità.
Vorremmo che il lieto fine di questa storia non fosse soltanto quello dell'abbraccio avvenuto a Fiumicino.
Vorremmo che fosse anche l'inizio di una rete di solidarietà capace di accompagnare questa famiglia nei suoi primi passi e, nello stesso tempo, di trasformare la sua esperienza in un'occasione di riflessione pubblica.
Perché la storia di Miriam ci ricorda una cosa semplice, ma essenziale: i diritti fondamentali non possono restare scritti sulla carta. Devono poter diventare realtà.
E quando una procedura amministrativa non è in grado di accompagnare quel diritto, il problema non dovrebbe essere lasciato alla buona volontà dei singoli. Dovrebbe diventare una responsabilità delle istituzioni.
Miriam è arrivata a Roma.
Ora la domanda è se, dopo questa storia, saremo capaci di fare in modo che per il prossimo bambino il viaggio verso la propria famiglia sia un po' meno difficile.