Giovedì 22 ottobre 2026
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La noia della scuola e la velocità dei social

Articolo · Gian Luigi Corinto ·

Il Ministero dell'Istruzione e del Merito ha un nome che sa di ridicolo, che getta discredito sull’intero sistema educativo non del Paese, ma della Nazione.

A scuola ci si annoia, e la noia non è un difetto morale degli studenti. È il sintomo di uno squilibrio tra i tempi dell’istituzione e i tempi della percezione. La scuola chiede di restare seduti, ascoltare, attendere, ripetere, rimandare la gratificazione. I social offrono stimoli brevi, continui, personalizzati e immediatamente sociali, reazioni, visualizzazioni, messaggi, identità alternative. Gente di successo – con grande visibilità – oggi viene dai social più che dal sistema della pubblica istruzione.

 

La distanza non è soltanto tecnologica, ma esistenziale. La scuola può apparire lenta non perché insegna con calma – qualità che dovrebbe essere una sua forza — ma perché spesso non riesce a dare senso alla lentezza. Non propone un’esperienza da abitare, ma un obbligo da sopportare. I social, viceversa, non educano davvero, ma attivano, dividono, eccitano e ricompensano con la notorietà immediata.

 

Ognuno ha diritto ai suoi 15 follower.

 

Tuttavia, parlando il linguaggio della velocità, i social rendono l’aula ancora più simile a un tempo morto.

 

In questo divario, il merito cambia natura. Nella scuola, il merito è differito, si studia oggi per un risultato che arriverà forse domani. Nei social, il successo è immediato e misurabile in like e follower. Non sorprende che molti giovani percepiscano la prima come una fatica incerta e la seconda come una scorciatoia credibile verso riconoscimento, identità e, talvolta, successo economico.

 

Le proteste giovanili del 2026 non possono essere lette come la reazione di una generazione già confrontata con il mercato del lavoro. Quando a manifestare sono anche bambini e preadolescenti, la motivazione non è la paura della disoccupazione o dell’affitto, ma qualcosa di più immediato e meno articolato. La scuola vissuta come spazio di costrizione più che di crescita, la fatica di essere presi sul serio, la competizione simbolica tra coetanei, la rabbia per disuguaglianze percepite nella vita quotidiana, il lavoro duro dei genitori, spesso non ricompensato a dovere.

 

Non si tratta – almeno nel caso di Milano – di una “rivolta dei precari”, ma di una rivolta dell’infanzia e della preadolescenza in una società che ha anticipato troppo presto le logiche della selezione. Ragazzini che non hanno ancora un futuro lavorativo da temere reagiscono a un presente che li classifica, per rendimento, per consumo, per immagine, per appartenenza sociale. La protesta non anticipa la crisi del lavoro. Ne rivela le radici educative e simboliche.

 

Il punto non è che i giovani rifiutino il merito. È che lo reinterpretano. Se la scuola promette un riconoscimento lento e incerto, mentre la rete mostra giovani che diventano ricchi, famosi o influenti in pochi mesi, la scorciatoia smette di apparire come trasgressione e inizia a sembrare razionalità. Il successo economico non è più soltanto la ricompensa di un lungo percorso di studio, ma un’immagine circolante, di stile, visibilità, brand esibiti, capacità di farsi notare.

 

In questo senso, il discorso pubblico sul merito è particolarmente fragile. Se si chiede ai ragazzi di credere nella pazienza scolastica, ma la cultura dominante esalta la velocità, la vetrina e il guadagno immediato, il messaggio risulta incoerente. La scuola non può competere con i social sulla rapidità. Deve però riuscire a dimostrare che la lentezza non è perdita di tempo, ma condizione di libertà, pensiero e autonomia.

 

In questo scenario, la scarpa griffata non è soltanto un oggetto di moda, è un segno. Il lusso mostra con brutalità la distanza tra chi può permettersi di scegliere l’identità attraverso il consumo e chi lotta per ottenere condizioni minime di stabilità. La moda propone un universo di distinzione, design e prezzo elevato. Proprio per questo, nella piazza o nell’immagine mediatica, l’abbigliamento di lusso diventa un emblema del divario sociale.

 

Non si tratta di demonizzare la moda né di idealizzare la povertà. Si tratta di osservare che, in una società in cui l’istruzione dovrebbe essere il grande equalizzatore, il consumo di lusso funziona come un’icona inversa. Ricorda che il merito non è distribuito in modo neutro e che alcuni partono già dall’altra parte del vetro. Per un ragazzino, una scarpa, una cintura possono valere più di un voto. È visibilità immediata, status, appartenenza.

 

Il vero fallimento non è soltanto didattico, ma politico e culturale. Un paese che chiama “merito” la riproduzione delle disuguaglianze non forma cittadini. Forma spettatori rassegnati o soggetti arrabbiati. Servirebbe una scuola capace di garantire condizioni reali di partenza, dare sostegno alla povertà educativa, orientamento non classificatorio, valorizzazione dei saperi tecnici e professionali, tempo per la relazione e una didattica che restituisca senso all’attesa.

 

La moda, la piazza e l’aula appartengono così alla stessa fotografia. In quella fotografia, il lusso non è il problema principale, ma la luce che rivela ciò che il discorso sul merito preferisce lasciare nell’ombra. E la rabbia dei più giovani non nasce dalla paura di non trovare lavoro, ma dalla sensazione precoce che il gioco sia già truccato, che la scuola chieda pazienza senza promettere un senso, mentre il mondo dei social e dei consumi promette tutto subito.

 

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