Venerdì 9 ottobre 2026
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I pataccari

Articolo · Carlo Romeo ·

Chi siamo noi per poter fare a meno di onori e riconoscimenti? Albert Camus se lo chiede e ce lo chiede non del tutto a torto.

 

Da bambino mi è stato insegnato come le uniche medaglie che avessero peso fossero quelle al Valor militare e anche lì chi lo sosteneva aveva qualche dubbio su potenziali errori ma salvava l’istituzione e la stragrande massa dei suoi membri. Vero è che era di parte, condizionato da una MAVM, presa peraltro il giorno di Caporetto e due MBVM prese qualche mese prima. Nove anni di guerra, complessivamente, più tre di prigionia, uno nel 1917 e due dal 1943 al 1945, possono condizionare le proprie opinioni ma tanto è.

 

A Roma poi tradizionalmente ci sono due tipi di pataccari. Quelli che vendono patacche e quelli che le collezionano con annessi titoli e medaglie a volte improbabili e non raramente risibili.

I primi derivano da una antica corporazione di trafficanti in reliquie e Fontane di Trevi mentre i secondi hanno ormai come simbolo certi generali coreani, privi del senso del ridicolo e dell’ironia, qualità che nella vita aiutano molto.

 

Fanno tenerezza se non si trovano a dover gestire qualche forma di potere. Se con le perline e qualche specchio si è potuto comprare Manhattan, niente di strano che con qualche nastro e qualche specchio si possa rendere felici persone convinte che sia questo il senso della vita. Girare persino con i pantaloni impataccati non deve peraltro essere comodo. Niente di nuovo peraltro. “Fu tutto e non fu niente’, recita l’autoironia del Cyrano rostandiano.

 

Tempi difficili comunque per la soglia del ridicolo.

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