Zuncheddu risorto dal carcere a vita. Il film

"Nessuno mi ha mai chiesto scusa", ha detto Zuncheddu in conferenza stampa di presentazione del film. Nonostante la sentenza di assoluzione e la privazione di oltre metà della propria vita, non ha ancora ricevuto il maxi-risarcimento formale dallo Stato. Attesa che ha dato il via a una mobilitazione civile e politica, promossa dal Partito Radicale e culminata nella proposta della cosiddetta “Legge Zuncheddu“, per istituire un assegno di sostentamento per garantire dignità economica alle vittime di ingiusta detenzione in attesa della liquidazione finale.
Uscirà il 15 ottobre nelle sale italiane il film “Zustissia” che, con la regia di Francesco Piras racconta la storia di Beniamino Zuncheddu.
Nel 1991, un triplice omicidio commesso sui monti del Sud Sardegna porta alla condanna di un uomo innocente: Beniamino Zuncheddu. Tre gradi di giudizio culminati con un ergastolo. Venticinque anni dopo, un giovane avvocato decide di lottare - pro bono - per restituirgli la libertà. Zustissia è la storia di una vita rubata dal più lungo errore giudiziario della storia italiana: 33 anni. E’ anche la storia della battaglia che l’avvocato Mauro Trogu e altri alleati hanno ingaggiato per arrivare alla revisione del processo e all’assoluzione, giunta il 26 gennaio 2024.
È un film d’inchiesta, d’impegno civile, d’amicizia e d’amore. Amore per “sa zustissia”, amore per la verità, e amore per le montagne, quei monti da cui Zuncheddu è stato tenuto lontano.
Nel cast Paola Giannini, Jacopo Cullin e con Francesco Colella, con Geppi Cucciari e con la partecipazione di Philippine Leroy-Beaulieu.
La storia di Beniamino Zuncheddu deve insegnarci tante cose. E credo che questo sia il momento giusto per riflettere.
Mi colpisce profondamente la straordinaria solidarietà che oggi circonda Beniamino. È una cosa bellissima, che mi emoziona e mi dà speranza. Anche grazie al regista Francesco Piras.
Ma mi pongo anche una domanda: quanti di quelli che oggi gli esprimono affetto, al momento del suo arresto, avranno puntato il dito contro di lui, considerandolo un assassino?
Siamo spesso troppo veloci nel giudicare e nel condannare. Essere garantisti significa anche ricordare che persino una sentenza definitiva può essere sbagliata.
Ma Beniamino non è soltanto il simbolo di un errore giudiziario. Beniamino è anche il carcere.
Trentatré anni dietro le sbarre. Una vita segnata, un corpo provato, una speranza che lentamente si spegneva. Quando l'ho incontrato, Beniamino stava quasi smettendo di credere nella possibilità di dimostrare la propria innocenza. Aveva problemi di salute, non riceveva cure adeguate. Il carcere lo stava consumando.
Lui dice: "Sono un sopravvissuto, non un eroe". E in queste parole c'è una verità enorme.
Vorrei che la sua storia ci aiutasse a riflettere sulla necessità di riformare la giustizia, ma anche sulla realtà delle nostre carceri. Vorrei che quando si parla dei diritti delle persone detenute non si rispondesse sempre con rabbia, insulti e pregiudizi.
Perché fino a poco tempo fa nessuno sapeva che Beniamino sarebbe stato assolto. Eppure era sempre lo stesso uomo.
La dignità di una persona non dovrebbe dipendere da una sentenza.
Se vogliamo davvero rendere giustizia alla storia di Beniamino, dobbiamo imparare anche questo: giudicare meno, ascoltare di più e non dimenticare mai l'umanità di chi vive dietro le sbarre. Questo Beniamino Zuncheddu lo sa bene