Malagiustizia. Transenne e giochi di specchi a Firenze

Quasi sicuramente quando Giovanni Falcone disse che “l’Italia, pretesa culla del diritto, rischia di diventarne la tomba” si riferiva a cose più importanti. Ma come non farsi venire in mente le sue parole di fronte ad una situazione generale delle risorse e dei luoghi in cui la giustizia viene esercitata in nome del popolo italiano. Un quadro tale da far diventare Un giorno in pretura non più il titolo di un divertente film dei bei tempi andati ma una specie di pellicola horror.
A Prato i processi vengono azzerati senza preavviso per causa di forza maggiore: l’assenza dei già pochi cancellieri, categoria fondamentale per il funzionamento della macchina giudiziaria ma così sottodotata da mostrare nella città laniera una carenza del 90%. Ma non più tardi di qualche settimana fa lo stesso palazzo di giustizia era diventato un lago a causa delle forti piogge.
A Firenze l’ardita struttura progettata da Leonardo Ricci, e inaugurata meno di 15 anni fa, mostra già serie criticità: pannelli che si staccano dalle facciate, finestre pericolanti e adesso il rischio di crollo di una parte dello sconfinato tetto di vetro che sovrasta la grande piazza interna su cui si affacciano gli uffici. A garantire la sicurezza una duplice fila di transenne che obbligano magistrati, avvocati e cittadini a una gimkana tra i corridoi. Ma se la transenna è utilissima per evitare rischi, in quel contesto non è affatto rassicurante per i tempi e le modalità della rimozione di quel pericolo. Ormai la transenna è il secondo simbolo di Firenze dopo il Giglio. Tanto che i cittadini quasi ci si affezionano e addirittura in qualche caso le organizzano pure la festa di compleanno per ricordare a lei e a loro, e non solo, il tempo trascorso. La transenna segnala un problema e, contemporaneamente, l’incertezza della sua soluzione. In più in un palazzo di giustizia tutto acquista anche un valore comunicativo: le forme di quella che amichevolmente viene chiamata Gotham City, piena di angoli acuti e ottusi – proprio come la giustizia sa spesso essere – ora vengono soppiantate dai cavalletti di metallo con le strisce bianche e rosse che sembrano segnalare anche la precarietà in cui viene esercitata una delle attività più importanti e delicate del nostro ordinamento. E che richiamano, tanto per chiudere il cerchio, le condizioni strutturali del luogo in cui talvolta la stessa giustizia trova il suo esito, il carcere di Sollicciano. Come se il messaggio fosse un anticipo di cosa potrebbe aspettarti. Siamo dunque lontani dalla visione di Piero Calamandrei, al quale è intitolato il complesso giudiziario di Firenze, e che si riferiva al tribunale come a un tempio sacro. Ma anche dalle pur irriverenti caricature di Honorè Daumier, che con elegante ironia sottolineavano i tic dei protagonisti delle aule giudiziarie. Oggi il messaggio che giunge da calcinacci, vetri pericolanti, transenne, vuoti di organico e soffitti infiltrati dall’acqua è quello di una trascuratezza che l’intera filiera della giustizia non dovrebbe mostrare e che il ministero di via Arenula sembra disinteressato a contrastare. Non è una questione solo formale o estetica, ma qualcosa che rischia di essere lo specchio dello stesso ruolo della giustizia. Uno specchio capace di distorcere o non rendere visibile pure il sacrificio di chi opera nelle procure, nei tribunali, nel carcere per tentare, con risultati spesso importanti quanto poco visibili, di scrivere quella parola con la G maiuscola. Non meritano loro di lavorare in queste condizioni. Ma non le meritano, soprattutto, i cittadini.
(articolo pubblicato su Corriere fiorentino - Corriere della Sera del 29/05/2026)