AI nella giustizia: il rischio del conformismo algoritmico
Quando si parla dei pericoli dell'intelligenza artificiale applicata alla giustizia, l'attenzione si concentra di solito sugli errori più evidenti: sentenze inventate di sana pianta, pregiudizi nascosti nei dati di addestramento, risposte prive di fondamento normativo. Esiste però un rischio più sottile e meno discusso, che riguarda proprio i sistemi che funzionano correttamente. Come riporta Agenda Digitale, i sistemi di intelligenza artificiale che ricercano i precedenti giurisprudenziali possono essere perfettamente accurati e, proprio per questo, finire per rafforzare gli orientamenti dominanti fino a farli apparire come gli unici possibili.
Il meccanismo è semplice: un algoritmo che individua i precedenti più ricorrenti su un determinato tema tende a restituire sempre le stesse soluzioni interpretative, quelle statisticamente più frequenti. Il risultato è che ciò che è soltanto maggioritario rischia di presentarsi come inevitabile, oscurando le interpretazioni alternative, le opinioni minoritarie, gli orientamenti giurisprudenziali in evoluzione che non hanno ancora raggiunto una massa critica di citazioni. È il cosiddetto conformismo algoritmico: un effetto che non deriva da un malfunzionamento del sistema, ma dalla sua stessa logica di funzionamento basata sulla frequenza statistica.
Il tema si inserisce in un contesto di crescita rapida degli strumenti digitali nei tribunali europei. Il secondo rapporto della Commissione europea per l'efficienza della giustizia (CEPEJ) censisce 176 strumenti di cyberjustice e intelligenza artificiale, 51 dei quali aggiunti soltanto nel corso del 2025, di cui 33 pensati come supporto diretto alla decisione giudiziaria. Nonostante questa crescita, il rapporto CEPEJ non ha ancora trovato evidenze solide che l'uso dell'intelligenza artificiale renda effettivamente la giustizia più equa o più accurata.
Di fronte a questo scenario, un gruppo di ricercatori del gruppo KDDE dell'Università di Bari ha messo a punto una proposta alternativa, chiamata ContraLEX. L'idea alla base del sistema è quella di dare rilevanza computazionale anche alle opinioni dissenzienti e concorrenti della Corte europea dei diritti dell'uomo: posizioni che, pur non avendo forza vincolante, portano con sé interpretazioni alternative a quella maggioritaria. Includendo questi contributi minoritari nell'elaborazione algoritmica, il sistema punta ad ampliare lo spazio argomentativo a disposizione di chi deve decidere, rendendo visibili anche le strade interpretative meno battute.
L'obiettivo dichiarato dai ricercatori è un cambio di paradigma: passare da una giustizia predittiva, che si limita a indicare la soluzione statisticamente più probabile, a una giustizia argomentativa, che mette in luce la pluralità delle posizioni possibili su una medesima questione giuridica. Si tratta, per ora, di una proposta che resta ancora da validare sul campo, ma che pone una questione destinata a diventare centrale man mano che gli strumenti di intelligenza artificiale si diffondono nei tribunali: non basta che un sistema sia tecnicamente accurato, se il suo stesso funzionamento rischia di restringere, anziché ampliare, lo spazio del ragionamento giuridico.