Giovedì 15 ottobre 2026
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Clima, Italia a rischio: reti e trasporti sotto pressione fino al 2050

U.E. - ITALIA
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Entro il 2050 l'Italia rischia di diventare un Paese a corrente e mobilità "intermittenti", con blackout, treni fermi per alluvioni e strade rese impraticabili da frane e piogge estreme. È quanto emerge da un'inchiesta del Corriere della Sera, che richiama i risultati di uno studio della società Eoliann sulla vulnerabilità delle infrastrutture italiane ai cambiamenti climatici. Secondo l'analisi, la Liguria è una delle regioni più esposte: entro il 2050 nove infrastrutture su dieci nella regione risulterebbero esposte ad almeno due rischi climatici elevati, tra frane, allagamenti ed eventi meteorologici estremi. Anche il Lazio comparirebbe tra i territori destinati a un netto peggioramento della situazione, con un incremento significativo del rischio legato alle raffiche di vento e agli incendi, un dato rilevante per una regione attraversata da importanti arterie stradali, collegamenti ferroviari e reti energetiche. Ancora più marcato sarebbe lo scenario legato alla siccità: nelle simulazioni di eventi estremi al 2050, tutte le regioni italiane raggiungerebbero la classe di rischio massima prevista dalla scala utilizzata nello studio. Il lavoro nasce anche in risposta al nuovo quadro normativo europeo sulla resilienza delle infrastrutture critiche, che chiede ai gestori di reti e servizi una maggiore capacità di valutazione dei rischi e di pianificazione degli interventi di adattamento. Un tema definito complesso dagli stessi autori dello studio, in assenza ancora di uno standard unico condiviso tra i diversi settori coinvolti: strade, ferrovie, reti elettriche e altre infrastrutture essenziali. Nel quadro dell'inchiesta, il Corriere della Sera ha raccolto anche le valutazioni di Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile ed ex ministro dell'Ambiente dal 1996 al 2000. Ronchi sottolinea come la percezione della crisi climatica in Italia sia ancora condizionata da pregiudizi culturali che ne favoriscono la sottovalutazione, e denuncia l'esistenza di una matrice ideologica nazionalista e sovranista che ha alimentato il negazionismo climatico, descrivendo come "pragmatica" quella che in realtà sarebbe un'elusione di una sfida ormai improcrastinabile. Secondo Ronchi, anche una parte della sinistra italiana faticherebbe a cogliere la portata e la priorità della questione climatica. I dati citati nell'intervista non lasciano spazio a ottimismi: secondo le stime dell'Ispra, nel 2025 le emissioni di CO2 in Italia sarebbero tornate a crescere, di poco meno di un milione di tonnellate rispetto all'anno precedente, dopo che dal 2015 al 2024 la riduzione media annua si era attestata intorno ai sette milioni di tonnellate. Per raggiungere gli obiettivi climatici fissati al 2030, il Paese dovrebbe invece tagliare altre 70 milioni di tonnellate di gas serra. Ronchi individua i settori più in ritardo: i trasporti, a causa della scarsa diffusione delle auto elettriche; il comparto civile, dove si farebbe ancora troppo poco per il risparmio energetico e per la diffusione delle pompe di calore; e le fonti rinnovabili, sia termiche sia elettriche, la cui crescita resterebbe troppo lenta rispetto alle necessità. Da qui l'appello a un'accelerazione su rinnovabili e trasporti, considerati i due fronti su cui l'Italia rischia di restare indietro rispetto agli obiettivi climatici e, di conseguenza, più esposta ai rischi infrastrutturali descritti dallo studio. Come riporta il Corriere della Sera, la combinazione tra ritardi nella transizione energetica e crescente vulnerabilità climatica delle reti rischia di tradursi, nei prossimi decenni, in interruzioni sempre più frequenti dei servizi essenziali su cui si regge la vita quotidiana del Paese: energia elettrica, trasporto ferroviario e viabilità stradale.

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