Commissione parlamentare Covid, un'inchiesta che rischia di diventare resa dei conti
La Commissione parlamentare d'inchiesta sul Covid avrebbe dovuto servire a capire quali errori organizzativi evitare in futuro, come rafforzare la medicina territoriale e garantire l'assistenza ai malati non Covid quando gli ospedali sono sotto pressione. Come riporta Quotidiano Sanità, invece, l'impressione è che la Commissione si stia trasformando in uno strumento per regolare i conti politici con la gestione della passata pandemia, anziché in un'occasione per prepararsi alla prossima emergenza sanitaria.
L'articolo contesta la narrazione, emersa in alcune audizioni, secondo cui l'emergenza sarebbe stata esagerata e le cure domiciliari ostacolate. I dati del Ministero della Salute raccontano infatti una realtà diversa: le dimissioni ospedaliere sono aumentate del 7,4% nel 2021 rispetto all'anno precedente, passando da 6,5 a 7,3 milioni, e del 4,5% nel 2022, con 7,6 milioni di dimissioni. Numeri che testimoniano la ripresa dell'attività ospedaliera dopo l'avvio della campagna vaccinale, anche se non si era ancora tornati ai livelli pre-pandemia.
Non è un caso, sottolinea l'autore, che secondo la Relazione sullo stato sanitario del Paese la quota di casi Covid che richiedeva il ricovero in area medica o in terapia intensiva si sia dimezzata tra maggio e dicembre 2021, passando dal 6,6% al 3,3%: un segnale della progressiva efficacia delle misure adottate, vaccinazione in primis.
Il pezzo denuncia poi uno squilibrio nelle audizioni condotte finora dalla Commissione. Giuseppe Conte e Roberto Speranza sono stati convocati più volte, mentre Mario Draghi, responsabile dell'introduzione dell'obbligo vaccinale per gli over 50 e del Green pass, non è ancora stato ascoltato, nonostante il presidente della Commissione Marco Lisei abbia parlato di interlocuzioni in corso. Un'anomalia, osserva l'autore, se si considera che l'articolo 95 della Costituzione attribuisce al presidente del Consiglio la direzione della politica generale del Governo e la relativa responsabilità: sarebbe quindi singolare voler ricostruire compiutamente le scelte di quel periodo senza ascoltare chi guidava l'esecutivo in quella fase.
Vengono richiamate anche le polemiche sulle modalità con cui si sono svolte alcune audizioni, con testimoni sentiti in caserma da consulenti vicini a Fratelli d'Italia, circostanza denunciata dalle opposizioni, oltre al tono aggressivo di alcune domande poste ai testimoni. Un esempio citato è l'audizione di Speranza del 6 novembre, durante la quale il deputato Galeazzo Bignami gli ha chiesto cosa stesse "nascondendo". Come nota l'articolo, i toni utilizzati nell'audizione, tra espressioni volgari e continue provocazioni, restituiscono più l'idea di uno spettacolo pensato per i social che quella di un'inchiesta parlamentare condotta con il rigore richiesto dal mandato della Commissione.
La conclusione dell'autore è netta: se l'inchiesta continua su questa strada, rischia di trasformarsi in un processo alla memoria di chi ha gestito l'emergenza, anziché in uno strumento utile al Paese per affrontare meglio eventuali crisi sanitarie future.