Dl Sicurezza, 615 euro agli avvocati per ogni rimpatrio volontario: è polemica
Il Decreto Sicurezza (Decreto-legge 24 febbraio 2026, n. 23), approvato dal Senato venerdì 17 aprile, si avvia ora verso l’esame finale alla Camera dei deputati con una scadenza tassativa: deve essere convertito in legge entro il 25 aprile, pena la sua decadenza. Tra le pieghe di un testo ricco di misure restrittive, l’attenzione si è accesa su una norma specifica, introdotta con l’emendamento 30-bis, che prevede incentivi economici per gli avvocati che assistono i migranti nei percorsi di ritorno in patria.
Come funziona il “premio rimpatri”
Il rimpatrio volontario assistito è uno strumento già esistente nell’ordinamento italiano e permette ai migranti di tornare volontariamente nel proprio Paese, ricevendo dallo Stato un sostegno economico e organizzativo per il viaggio e per il reinserimento. L’emendamento 30-bis, che va a modificare l’articolo 14-ter del Testo Unico sull’Immigrazione, prevede un incentivo per il legale che si occupa della pratica: la novità consiste in un compenso economico per l’avvocato che assiste lo straniero nella presentazione della domanda di rimpatrio. La cifra non è fissata nel testo, ma è parametrata al contributo per le “prime esigenze” erogato al migrante stesso: circa 615 euro a pratica. Il dettaglio più discusso è che il compenso verrà pagato al legale solo “ad esito della partenza dello straniero”. In pratica, se il migrante non parte, l’avvocato non incassa il premio.
Il governo ha messo a bilancio 246.000 euro per il 2026 e 492.000 euro annui per il 2027 e il 2028. La relazione illustrativa stima circa 800 rimpatri l’anno, basandosi sulla media del triennio precedente.
La rivolta del mondo forense e della magistratura
Le istituzioni che rappresentano gli avvocati e i giudici hanno reagito con estrema durezza alla misura, definendola un attacco all’indipendenza della professione. Il Consiglio Nazionale Forense (Cnf), in una nota ufficiale, ha espresso sconcerto, dichiarando di non essere mai stato informato né consultato durante l’iter parlamentare. Il Cnf ha chiesto formalmente al Parlamento di essere rimosso dal testo, sottolineando che gestire i pagamenti dei legali legati ai rimpatri “non rientra tra le proprie competenze istituzionali”.
L’Organismo Congressuale Forense ha proclamato lo stato di agitazione. In un comunicato, l’organismo sindacale dell’avvocatura ha affermato che la norma “stravolge il ruolo dell’avvocato”, trasformandolo in una sorta di “collaboratore” degli obiettivi politici del governo e ledendo il diritto di difesa, che deve apparire privo di interessi economici rispetto alle scelte del cliente.
L’Associazione nazionale magistrati, la Giunta esecutiva centrale del sindacato delle toghe, ha espresso “sconcerto” in una nota, rilevando che legare un premio economico all’insuccesso di una strategia difensiva (la partenza invece della permanenza) “contrasta con la logica, prima che con il diritto”. Anche l’Unione delle camere penali ha definito la misura “incompatibile con la Costituzione”, ribadendo che un legale deve assistere il cliente in piena libertà e non per ottenere l’esito voluto dallo Stato. Infine, l’Associazione Avvocati dei Diritti Umani, tramite il presidente Giorgio Bisagna, ha denunciato una “deriva illiberale” che mira a trasformare il difensore in un “difensore della remigrazione”.
(AdnKronos)