Finto trading online: come funziona la truffa dei falsi guru
Promesse di guadagni facili, piattaforme che sembrano vere e "guru" pronti a vendere corsi costosi: è il meccanismo del finto trading online, una delle truffe più diffuse e redditizie per la criminalità informatica in Italia. Come riporta Il Capoluogo, il fenomeno si basa su uno schema collaudato che sfrutta i social network per adescare le vittime e app di messaggistica come Telegram per gestire la relazione fino alla richiesta di denaro.
Il meccanismo parte spesso da Instagram, dove compaiono inserzioni o profili che promettono rendimenti impossibili con qualsiasi forma di investimento tradizionale: frasi come "con 250 euro ne fai 700 al giorno" sono il classico campanello d'allarme. Chi abbocca viene indirizzato verso piattaforme clone, repliche grafiche di broker o exchange esistenti, che in realtà non eseguono alcun ordine reale sui mercati: il saldo che l'utente vede crescere è una simulazione gestita a tavolino da chi controlla il sistema. Quando la vittima, convinta di aver guadagnato, chiede di prelevare il denaro, scatta la trappola finale: vengono richieste finte "tasse di sblocco" o commissioni antiriciclaggio, somme aggiuntive che in realtà finiscono direttamente nelle tasche dei truffatori, senza che il prelievo venga mai effettuato.
Accanto alle piattaforme clone prolifera la figura del finto guru finanziario, che vende corsi di trading a prezzi che vanno dai 2.000 ai 5.000 euro, promettendo di insegnare metodi infallibili per arricchirsi rapidamente. Spesso questi personaggi gestiscono canali Telegram "VIP" a pagamento, presentati come community esclusive di investitori di successo, ma in realtà popolati in buona parte da bot programmati per simulare entusiasmo e guadagni, creando una pressione sociale che spinge le vittime a versare altro denaro.
Un dettaglio tecnico spesso ignorato riguarda proprio Telegram: contrariamente a quanto molti utenti credono, la piattaforma non garantisce un anonimato assoluto. Dopo l'arresto del fondatore Pavel Durov, la società ha iniziato a fornire alle autorità giudiziarie, su richiesta formale, indirizzi IP e numeri di telefono degli utenti coinvolti in indagini penali, un cambiamento che ha reso più tracciabili anche i truffatori che operavano convinti di muoversi al riparo da ogni controllo.
I numeri del fenomeno sono in forte crescita. Secondo il report 2024 della Polizia Postale, il bilancio economico del cybercrime ha fatto segnare oltre 181 milioni di euro sottratti nel corso dell'anno, contro i 137 milioni del 2023, con un incremento del 32%. Le forze dell'ordine hanno trattato complessivamente 18.714 casi di truffe online, l'80% dei quali riconducibile proprio al finto trading, mentre il numero di persone indagate è rimasto sostanzialmente stabile intorno alle 3.500 unità.
Sul piano giuridico, chi mette in piedi questo tipo di truffe rischia di incorrere in diverse fattispecie di reato. La più semplice è la truffa prevista dall'articolo 640 del codice penale, punita da sei mesi a tre anni di reclusione, ma nella maggior parte dei casi si configura la truffa aggravata, che prevede una pena da uno a cinque anni. A questa si possono aggiungere la truffa informatica, l'abusivismo finanziario disciplinato dall'articolo 166 del Testo Unico della Finanza (fino a otto anni di carcere) e, nei casi in cui il denaro sottratto venga reimpiegato in attività apparentemente lecite, il reato di autoriciclaggio.