La guerra interna al Cartello di Sinaloa: migliaia di morti e scomparsi

Da oltre due anni lo stato messicano di Sinaloa è teatro di una sanguinosa guerra intestina tra le fazioni rivali del Cartello di Sinaloa, uno scontro che secondo le stime più recenti ha già causato oltre 4.000 tra morti e scomparsi. Il conflitto, riportato anche da News.com.au, ha travolto la capitale Culiacán e si è esteso agli stati vicini di Chihuahua, Durango, Nayarit, Sonora e Zacatecas.
All'origine dello scontro c'è l'arresto di Ismael "El Mayo" Zambada, storico co-fondatore del cartello insieme a Joaquín "El Chapo" Guzmán. Il 25 luglio 2024 Zambada è stato consegnato alle autorità statunitensi insieme a Joaquín Guzmán López, figlio del Chapo, in circostanze rimaste controverse: secondo la ricostruzione più accreditata sarebbe stato attirato con l'inganno su un aereo privato diretto negli Stati Uniti, dove è stato arrestato non appena atterrato. Il 9 settembre 2024 la frattura tra le due anime del cartello - la fazione dei "Chapitos", fedele ai figli di El Chapo, e quella legata a Zambada, nota come "La Mayiza" - è diventata guerra aperta.
Il Cartello di Sinaloa, va ricordato, non ha una struttura gerarchica unica né un comando centralizzato: è descritto dagli analisti come una rete di cellule che collaborano tra loro pur mantenendo ampia autonomia operativa, il che ha reso ancora più caotico e frammentato il conflitto tra le due fazioni, con il coinvolgimento progressivo di cartelli esterni e gruppi criminali regionali, tra cui il Cartello di Jalisco Nueva Generación e il Nuovo Cartello di Juárez.
Gli episodi documentati nel corso della guerra sono innumerevoli: sparatorie tra sicari filmate nei pressi di monumenti cittadini, cadaveri esposti pubblicamente su ponti autostradali come monito per i rivali, veicoli crivellati di colpi, sequestri e sparizioni lungo le strade statali. A Culiacán, città di circa 800.000 abitanti, la vita quotidiana è stata stravolta: ristoranti e negozi hanno chiuso o esposto cartelli di vendita, e la squadra di calcio locale, i Dorados de Sinaloa - la stessa che ebbe come allenatore il compianto Diego Maradona tra il 2018 e il 2019 - si è temporaneamente trasferita a Tijuana, a 1.500 chilometri di distanza, per motivi di sicurezza.
Il governo messicano ha reagito schierando circa 11.000 soldati, supportati da mezzi corazzati e velivoli, per tentare di riportare l'ordine nella regione. Nonostante il dispiegamento di forze, gli scontri tra l'esercito e i sospetti membri del cartello sono proseguiti, con operazioni che hanno causato ulteriori vittime tra i criminali e alcuni arresti di presunti leader locali.
Il bilancio della guerra si inserisce in un quadro nazionale già drammatico: dal 2006, anno in cui lo Stato messicano ha lanciato la sua offensiva militare contro il narcotraffico, sono state uccise oltre 450.000 persone in Messico e più di 100.000 risultano tuttora scomparse, secondo i dati raccolti dalle autorità e ripresi dalle testate internazionali che seguono il conflitto.
Come riporta News.com.au, la violenza tra le fazioni ha assunto i tratti di un vero e proprio regime del terrore per la popolazione civile della regione, con racconti di sicari reclutati a compensi minimi rispetto ai rischi corsi e un numero di persone scomparse che continua a crescere mese dopo mese.