Martedì 20 ottobre 2026
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Marsiglia, l'attivista anti-narcos sotto scorta dopo l'omicidio dei fratelli

U.E. - FRANCIA
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Ha 23 anni, studia legge, è vicesindaco a Marsiglia e vive sotto protezione continua, cambiando ogni notte il luogo dove dorme per sfuggire ai sicari del più grande cartello della droga francese. È la storia di Amine Kessaci, oggi la voce più esposta contro le bande di narcotrafficanti di stampo latinoamericano che si sono radicate in Francia, raccontata dal quotidiano britannico The Guardian.

 

"I narcotrafficanti hanno un solo linguaggio, un solo metodo: la violenza", ha dichiarato Kessaci, cresciuto nel quartiere popolare di Frais-Vallon, nella periferia nord di Marsiglia. Il suo impegno è nato da una tragedia personale: nel dicembre 2020 suo fratello maggiore Brahim, allora 22enne, è stato ucciso e il suo corpo è stato ritrovato carbonizzato dentro un'auto data alle fiamme, un metodo di esecuzione noto localmente come "barbecue" e tipico dei regolamenti di conti tra bande rivali.

 

Proprio per quell'omicidio, ad Aix-en-Provence è iniziato il 19 ottobre un processo che durerà tre settimane davanti alla corte d'assise delle Bouches-du-Rhône, senza giuria popolare data la pericolosità degli imputati. Sul banco degli accusati siedono cinque uomini legati alla DZ Mafia, il principale gruppo criminale che controlla il traffico di droga a Marsiglia: tra loro anche un presunto fondatore dell'organizzazione, accusato di aver dato l'ordine di uccidere Brahim pur trovandosi in carcere. Tutti e cinque respingono le accuse. Kessaci si è costituito parte civile insieme alla madre e ha annunciato che assisterà all'intero dibattimento, spiegando di essere lì "per la giustizia, non per la vendetta".

 

Il processo arriva meno di un anno dopo un secondo lutto che ha colpito la famiglia Kessaci. Nel novembre 2025 il fratello minore di Amine, Mehdi, 20 anni, è stato ucciso a colpi di pistola in pieno centro di Marsiglia da un uomo sceso da uno scooter, mentre parcheggiava l'auto. A differenza di Brahim, Mehdi non aveva alcun legame con il traffico di droga: voleva arruolarsi in polizia. Gli inquirenti non escludono che si sia trattato di un omicidio dimostrativo, un avvertimento rivolto proprio ad Amine per la sua attività pubblica contro i cartelli. Il procuratore capo di Marsiglia, Nicolas Bessone, ha dichiarato alla radio francese che se questa ipotesi venisse confermata rappresenterebbe una soglia mai attraversata prima, evocando periodi bui della storia del paese in cui si uccideva una persona solo per appartenere a una famiglia sgradita.

Kessaci denuncia che i boss del narcotraffico possono ormai ordinare omicidi anche dal carcere, e sottolinea come il governo francese consideri questi cartelli una minaccia più grave del terrorismo, capace di generare un giro d'affari da miliardi di euro. L'attivista, che dopo la morte di Brahim aveva fondato l'associazione Conscience per aiutare i giovani delle periferie a sottrarsi al controllo delle bande, chiede politiche sociali ed economiche concrete: più scuola, più servizi pubblici, più edilizia popolare, come argine al reclutamento di ragazzini sempre più giovani usati come vere e proprie "vedette" o manovalanza armata nei quartieri degradati. Denuncia inoltre il mito del narcotraffico come fenomeno "glamour", alimentato da serie televisive e influencer, che rischia di rendere attraente agli occhi dei più giovani un sistema fondato sulla violenza e sulla morte.

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