Rifugiati, tre su quattro in zone ad alto rischio climatico
Quasi 90 milioni di persone costrette alla fuga, pari a tre rifugiati su quattro nel mondo, vivono in Paesi esposti a rischi climatici da elevati a estremi, tra cui siccità gravi, inondazioni mortali e ondate di calore. È il dato principale del rapporto "No Escape III", pubblicato dall'UNHCR, l'Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, in vista della COP31 di Antalya, in Turchia, in programma dal 9 al 20 novembre.
Come riporta UNHCR, Antón Leis García, Vice Alto Commissario per le Operazioni dell'agenzia, ha parlato di una "doppia ingiustizia" che colpisce chi è già vittima di conflitti: le stesse persone, costrette a fuggire da guerre che non hanno provocato, si ritrovano oggi in prima linea in una crisi climatica a cui hanno contribuito in misura minima.
Il rapporto denuncia anche uno squilibrio nei finanziamenti: i Paesi fragili e colpiti da conflitti che ospitano le popolazioni rifugiate ricevono solo circa il 10% dei fondi globali destinati a contrastare il cambiamento climatico. Una quota giudicata del tutto insufficiente rispetto all'esposizione reale di queste comunità ai rischi ambientali.
Le proiezioni per il futuro non sono rassicuranti: entro il 2050, secondo l'UNHCR, un insediamento di rifugiati su tre nell'Africa subsahariana potrebbe dover affrontare almeno 100 giorni l'anno di caldo pericoloso per la salute. Inoltre, più di due rifugiati su tre tornati nei Paesi d'origine nella prima metà del 2026 sono rientrati in territori ad alta vulnerabilità climatica, mettendo a rischio la tenuta stessa di questi ritorni.
Il documento segnala che l'eccezionale fenomeno di El Niño in corso nel 2026 rischia di spingere circa tre milioni di persone fuori dalle proprie case entro la fine dell'anno tra Somalia, Kenya, Sud Sudan e Uganda. Negli ultimi dieci anni, a livello globale, si sono registrati oltre 255 milioni di spostamenti interni legati a eventi meteorologici estremi, una media di circa 70mila persone sfollate ogni giorno.
Tra le storie raccolte nel rapporto c'è quella di Fatima Kofolo, fuggita dal Camerun al Ciad a causa di scontri legati alla scarsità d'acqua, e quella di Haji Mohammad Shafi, rientrato in Afghanistan dopo 44 anni trascorsi in Pakistan e oggi privo di un sistema di riscaldamento adeguato per affrontare l'inverno. Il dossier evidenzia inoltre una condizione particolarmente critica per le persone apolidi: quasi il 90% di loro vive in zone a rischio climatico, spesso senza alcun accesso ai soccorsi a causa della mancanza di riconoscimento legale nei Paesi in cui si trovano.
L'UNHCR chiede alla COP31 di riconoscere il ruolo che le stesse persone rifugiate possono svolgere come innovatrici nello sviluppo di soluzioni climatiche, citando esempi concreti come i sistemi di approvvigionamento idrico alimentati da energia solare nel Sahel, l'agricoltura resiliente al clima sviluppata in Uganda e i progetti di ripristino di terreni e mangrovie in Colombia.