Venerdì 16 ottobre 2026
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Ungheria condannata dalla Corte UE per la liberazione di 2.525 trafficanti di esseri umani

U.E.
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La Corte di Giustizia dell'Unione Europea ha stabilito che l'Ungheria ha violato il diritto comunitario liberando anticipatamente 2.525 trafficanti di esseri umani condannati, nell'ambito di un controverso decreto governativo adottato nell'aprile 2023. Come riporta Daily News Hungary, i giudici di Lussemburgo hanno accolto il ricorso della Commissione Europea, giudicando che il sistema ungherese di sostituzione delle pene detentive con un regime speciale di "reintegrazione" non garantiva sanzioni effettive, proporzionate e dissuasive.

Il decreto contestato permetteva ai cittadini stranieri condannati per reati di favoreggiamento dell'immigrazione irregolare a pene detentive e all'espulsione di essere trasferiti automaticamente in una cosiddetta "detenzione speciale di reintegrazione". Una volta ammessi al regime, i condannati dovevano lasciare il territorio ungherese entro 72 ore e non potevano farvi ritorno per tutta la durata residua della pena originaria. Complessivamente 2.525 persone sono state collocate sotto questo regime prima che il decreto venisse abrogato, il 19 agosto 2025.

 

La Commissione Europea, guidata da Ursula von der Leyen, aveva avviato la procedura dinanzi alla Corte sostenendo che la misura creasse un rischio sistemico di lasciare impuniti i reati di traffico di esseri umani, minando al tempo stesso l'effetto deterrente della normativa UE sui favoreggiatori dell'immigrazione clandestina e gli sforzi comuni europei di contrasto al fenomeno.

 

Secondo quanto ricostruito da Courthouse News, i giudici europei hanno rilevato che le pene previste dal decreto non venivano di fatto scontate e non producevano alcun effetto deterrente concreto. La Corte ha inoltre chiarito che la liberazione anticipata e le misure alternative al carcere restano in linea di principio ammissibili, ma richiedono una valutazione individuale e proporzionata di ogni caso, che tenga conto della gravità del reato commesso e di eventuali precedenti penali del condannato: una verifica che nel meccanismo ungherese risultava assente, dato che il rilascio scattava in modo automatico al semplice verificarsi delle condizioni di eleggibilità. I giudici hanno inoltre osservato che il decreto si applicava indistintamente anche ai reati più gravi, per i quali il diritto dell'Unione impone una pena detentiva minima di otto anni.

Il governo di Budapest aveva giustificato il provvedimento con il sovraffollamento delle carceri e la necessità di contenere i costi a carico dei contribuenti, richiamando inoltre poteri emergenziali collegati al conflitto in Ucraina. La misura aveva però generato forti tensioni diplomatiche con i paesi vicini, in particolare con l'Austria, che aveva rafforzato i controlli al confine temendo che i trafficanti rilasciati, anziché tornare nei paesi d'origine, si spostassero verso l'Europa occidentale per proseguire le proprie attività illecite, approfittando dell'appartenenza dell'Ungheria allo spazio Schengen.

 

La sentenza della Corte di Giustizia non prevede sanzioni finanziarie immediate a carico dell'Ungheria e, soprattutto, non stabilisce cosa debba accadere ai 2.525 condannati già rimessi in libertà: la decisione non comporta un loro automatico rientro in carcere.

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