Calabria, contro il caporalato una sola risposta: la dignità
Oggi desidero far conoscere questa intervista, che NEV (Notiziario Evangelico) ha fatto con Francesco Piobbichi, operatore di Mediterranean Hope a Rosarno, fondatore, nel 2022, dell’ostello sociale per i lavoratori migranti, “Dambe So”. E’ stata pubblicata sul n. 23 di NEV, il 4 giugno scorso.
Essa serve a far riflettere noi consumatori, specialmente in questo momento di crescita del carovita, sulle condizioni di vera schiavitù in cui le mafie tengono gli immigrati che lavorano nei campi per fare arrivare sulle nostre tavole, a buon mercato, pomodori, fragole, albicocche e qualsivoglia tipo di frutta e verdura che, senza di loro, dovremmo pagare a prezzi molto più alti, a questo punto, forse impossibili.
L’evento, di una tragicità allucinante, che ci viene ricordato qui, è il rogo di una Fiat Ulysse, in cui il primo giugno, sono morti bruciati vivi tre afghani e un pakistano.
Unico sopravvissuto un altro afghano, ustionato e con un braccio rotto, che ha denunciato l’accaduto, indicando anche i nomi degli autori dell’agguato, altri due immigrati pakistani al soldo della mafia, in questi termini: ««Alì e l’altro ci volevano uccidere perché avevamo chiesto i soldi o un contratto lavorativo». Il “Sole 24 ore” , aggiunge il nome e l’età dell’immigrato afghano: Taj Mohammad Alamyar, nato nel 1991. Per gli autori dell’agguato è scattato il fermo e disposta la custodia cautelare in carcere.
Ora, di fronte a queste atrocità, cosa aspetta il governo, in primis Giorgia Meloni e Matteo Piantedosi, che affermano di stare facendo lotta alle mafie, a passare una buona volta all’azione concreta, smettendo di ruminare parole parole e solo parole? E, invece di rincorrere Vannacci sulla remigrazione, praticare una politica di inclusione dei lavoratori, di cui l’Italia ha un bisogno estremo, dando loro il visto necessario per cercare lavoro e stare legalmente in Italia, dando loro un’abitazione dignitosa, abbonamenti ai trasporti pubblici e contratti regolari.
Ecco ora il testo integrale dell’intervista.
Cosa sta succedendo?
Stiamo assistendo ad un consolidamento delle modalità estrattive più brutali che il sistema produttivo impone sul lavoro bracciantile. Le cronache sono piene di violenza esercitata da parte padronale e, come in questo caso, dai caporali. Il processo si sviluppa in maniera diversa a seconda dei territori e della produzione, nei quali la razializzazione della forza lavoro produce diverse caselle in cui si inseriscono lavoratori e lavoratrici. Rosarno è nella stessa regione di Amandolara, ma rappresenta un contesto molto diverso per come si sviluppa il lavoro bracciante rispetto alle produzioni nella sibariade. Qui sono i campi concentrazionari i bacini per avere forza lavoro “just in time”. Nella sibariade invece la presenza dei caporali è molto più consistente.
Quali sono le cause della vulnerabilità dei lavoratori braccianti?
Documenti, casa, politiche di confinamento dello stato, assenza di trasporti pubblici e ferocia di un mercato che comprime i salari. Se poi ci mettiamo un’intera cultura basata sull’emergenza che invece di difendere i lavoratori li tratta come problema di ordine pubblico mi pare che il quadro sia completo.
Quali sono le possibili soluzioni?
Prima di tutto riconoscere il fallimento generale delle politiche dello stato. Bisognerebbe chiedersi se questo episodio di Amendolara non sia semplicemente la punteggiatura di una breve parentesi che descrive una equazione più complessiva, il cui risultato è quello di avere decine di migliaia di lavoratori piegati e ricattati per l’esigenza del mercato. Se ai braccianti non viene dato il potere di difesa diretto serve poco parlare di aumentare i controlli, o realizzare progetti sociali contro il caporalato. La vicenda va affrontata strutturalmente cambiando completamente la logica di fondo. Fino ad oggi il sistema è ruotato intorno alle imprese: la Bossi-Fini e il decreto Flussi di fatto si muovono in queste logica che permette ai caporali di speculare. Dovremmo invece fare ruotare il sistema intorno ai lavoratori braccianti partendo da una parola: dignità. Dignità per avere un visto che gli permette di cercare lavoro ed entrare regolarmente in Italia. Dignità per avere una casa e non un campo container o una baracca. Dignità di avere trasporti e contratti regolari. I caporali si eliminano così. E poi però c’è dell’altro.
Cioè?
In agricoltura occorre richiamare le imprese alla responsabilità sociale. E in particolare la grande distribuzione che sembra sempre una realtà avulsa da ogni processo quando è responsabile di aver distrutto il sistema sociale dell’agricoltura in Italia con il sottocosto. Noi vorremmo proporre un prezzo equo sotto il quale non si acquista, né si importa né si sporta. Un prezzo, al cui interno, le imprese pagano una tassa per l’accoglienza. Nella Piana di Gioia Tauro con una tassa di un centesimo al kg risolveremmo strutturalmente molte cose. Questo meccanismo potrebbe poi sostenere una agenzia per l’abitare sociale dei lavoratori braccianti collegata al centro per l’impiego che risolverebbe molte questioni.
E le istituzioni?
Fanno sostanzialmente l’opposto. Usano il decreto Caivano per costruire nuovi campi di confinamento con un una sorta di social washing etico, intanto hanno fatto a Taurianova altri campi container confinando altri braccianti lontano da tutto. In decenni hanno speso decine di milioni di euro senza produrre nulla. La tendopoli sarà sgomberata da quelli che l’hanno fatta, e lo sarà per la terza volta mentre a Rosarno trenta appartamenti rimangono vuoti. Oggi saremo in piazza alle 18 a Reggio Calabria davanti al Teatro Cilea per ribadire insieme ad altre associazioni che si sono riunite nel patto territoriale che vogliamo prendere parola e avere un processo trasparente.