Giovedì 4 giugno 2026
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Ue. I compiti a casa dell'allargamento dimenticati

Statiunitideuropa · Redazione ·
 Un altro Consiglio europeo, un'altra promessa di accogliere l’Ucraina e la Moldavia nell'Ue, oltre ai paesi dei Balcani occidentali. “L’allargamento è il miglior investimento geopolitico che l’Unione europea può fare”, dice continuamente il presidente del Consiglio europeo, António Costa. L’invasione su larga scala dell’Ucraina il 24 febbraio del 2022 ha risvegliato gli europei sulla perdita di influenza nel loro vicinato. Mentre per quasi due decenni hanno trascinato i piedi sull’allargamento, la Russia e la Cina infiltravano e destabilizzavano le giovani democrazie ai confini dell’Ue ed espandevano la loro influenza economica e politica. Fino alla guerra in Ucraina. Lo status di paese candidato offerto all’Ucraina e alla Moldavia ha così rilanciato il processo di adesione per tutti gli altri (tranne la Turchia). La Commissione ha ricominciato a dettare a tamburo battente le riforme che i candidati devono realizzare per aderire. Ma, almeno finora, Ursula von der Leyen e i ventisette stati membri si sono dimenticati dell’altra parte dei “compiti a casa”: le riforme interne per permettere all’Ue di funzionare con 32 o 35 membri.

“Gli stati membri e i leader cercano di mettere sotto il tappeto la questione delle riforme interne all’Ue”, ci ha spiegato Sandro Gozi, deputato di Renew e relatore di un rapporto sulle conseguenze istituzioni dell’allargamento che è stato adottato la scorsa settimana dal Parlamento europeo. Il documento fornisce una serie di raccomandazioni per rendere l’Ue più efficiente, più potente e più democratica quando si troverà con 32 o 35 stati membri. “Già oggi l’Ue fatica a funzionare a 27. L’efficienza è bloccata dal veto”. Secondo Gozi, “è impossibile unificare il continente attraverso l’allargamento, senza preparare delle riforme all’interno dell’Ue. Chiediamo di fare tanto ai paesi che vogliono aderire all’Ue, ma l’Ue deve prepararsi per assumere una dimensione continentale”. La tempistica dell’adozione del suo rapporto non è casuale. Il 4 novembre la Commissione presenterà una serie di proposte sotto il titolo “Un’Ue adatta all’allargamento: revisione politiche e riforme”. Il documento è gestito direttamente dalla presidente Ursula von der Leyen.

“Fino ad oggi Ursula von der Leyen è stata molto timida, se non muta” sui compiti a casa che l’Ue deve fare per rendere l’allargamento un successo, dice Gozi: “Nel suo discorso nel dibattito sullo Stato dell’Unione l’unico riferimento che ha fatto von der leyen è quello di estendere il voto a maggioranza qualificata in politica estera”. Non è abbastanza. “Abbiamo bisogno di molto più coraggio da parte della Commissione”, avverte Gozi: “La Commissione sa benissimo che questo assetto istituzionale l’Ue non può funzionare dopo l’allargamento. Deve avere il coraggio di aprire il dibattito, impegnando i leader nel Consiglio europeo ad avviare questo discorso”.

Ursula von der Leyen non è una visionaria europea e ancor meno una federalista. Sull’allargamento, pur sostenendolo ufficialmente, ha sempre mantenuto un approccio prudente. Sa che gli stati membri ci mettono poco a cambiare idea e priorità strategiche. La presidente della Commissione si è dichiarata contraria a un nuovo “big bang” come il grande allargamento del 2024: una data obiettivo nel 2030 per far entrare il maggior numero di paesi candidati. Per von der Leyen, il processo deve essere “basato sul merito” e, dunque, sulle riforme politiche ed economiche che i paesi candidati devono realizzare. Molti di loro le stanno facendo. Chi non fa le riforme è l'Ue.

I paesi candidati all’ingresso dell’Ue sono Albania, Bosnia-Erzegovina, Georgia, Macedonia del Nord, Moldavia, Montenegro, Serbia, Turchia e Ucraina. Il Montenegro è il più avanzato e potrebbe entrare già nel 2027. L’Albania con il premier Edi Rama sta facendo uno sprint di riforme e vorrebbe unirsi all’Ue nel 2028. Nei Balcani occidentali, la Serbia e la Macedonia del Nord sono i due candidati più problematici. Tra i nuovi candidati, l’Ucraina e la Moldavia hanno fatto sufficienti riforme per aprire una serie di capitoli negoziali, ma il loro cammino è bloccato dal veto dell’Ungheria di Viktor Orbán. Il processo di fatto è sospeso con la Turchia e praticamente fermo con Bosnia-Erzegovina e Georgia (il governo filo russo a Tbilisi sta allontanando il suo paese dall’Ue). Dopo la guerra di aggressione della Russia e il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, non è escluso che Norvegia e Islanda possano chiedere nuovamente di entrare.

“Non c’è dubbio che il futuro di questi paesi è nella nostra Unione. E’ tempo che anche noi rispettiamo la nostra promessa, nel momento in cui loro rispettano la loro”, aveva detto António Costa nel gennaio del 2025. Un mese prima c’era stato un summit con Ue-Balcani occidentali per imprimere un’accelerazione all’allargamento. E’ passato un anno e il Consiglio europeo non ha mai affrontato seriamente la questione delle riforme interne all’Ue. “C’è una reticenza su iniziare a discutere (di riforme interne) perché si parte da posizioni molto diverse”, spiega Gozi.

La reticenza ha origini lontane e profonde. Il grande allargamento del 2004, con l’ingresso di dieci nuovi stati membri, di cui otto dell’ex blocco sovietico, è stato un enorme successo politico, ma anche uno choc. E’ stato sfruttato dai populisti anti europei di sinistra e destra indebolire l’Ue. Nel 2005 il “no” nel referendum in Francia sul progetto di trattato costituzionale dell’Ue era stato alimentato da una campagna populista contro “l’idraulico polacco” che avrebbe rubato il lavoro agli idraulici francesi (ovviamente non è accaduto). Quel “no” all’Europa di venti anni fa ha paralizzato ogni dibattito istituzionale per vent’anni e pesa ancora nelle scelte strategiche dei leader. I capi di stato e di governo sono “sempre sulla difensiva rispetto ai nazionalisti e sovranisti che parlano sempre dei rischi di una riforma dell’Ue e presentano il veto come la migliore garanzia degli interessi nazionali”, dice Gozi. “In realtà, il veto è la migliore garanzia per la paralisi dell’Ue”. Senza riforme interne, “tutto sarà più difficile: difesa, energia, politica regionale, attuazione dell’agenda Draghi”.

L’Ue può funzionare con 35 stati membri con diritto di veto, una Commissione di 35 commissari e più di mille europarlamentari? Con il suo rapporto, Sandro Gozi indica diverse soluzioni: le clausole passerella, modifiche mirate ai trattati (per esempio per sanzionare le violazioni sistematiche allo stato di diritto), cooperazioni rafforzate nel settore della politica estera e di difesa per permettere a un gruppo di paesi di andare avanti, senza aspettare quelli più lenti o che non condividono le scelte. “Per avviare un dibattito sulle riforme istituzionali, basta la maggioranza semplice. Basta che 14 leader al Consiglio europeo decidano che è arrivato il momento di discutere di riforme istituzionali e il processo formale viene avviato”, ricorda Gozi. Solo per un accordo finale “ci vuole l’unanimità”. Ma “finché non si avvia un dibattito non si potrà mai sapere se c’è un accordo minimo su alcune riforme esistenziali, indispensabili e inevitabili”, avverte Gozi.

(Europa ore 7)

 
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