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La cultura dell’assistenza e delle corporazioni ci distrugge?
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Editoriale di Vincenzo Donvito
30 gennaio 2017 17:57
 
C’e’ nel nostro Paese una diffusa cultura assistenziale che, spesso, diventa un blocco alla crescita economica, di se stessi e dell’intera comunita’. E’ una cultura che va di pari passo con quella delle corporazioni.
Quella dell’assistenza e’ molto diffusa nelle persone meno abbienti e talvolta anche diseredati.
Quella delle corporazioni e’ presente nella media impresa e nelle professioni.
Nel mondo dell’assistenza c’e’ sempre qualcuno che, siccome ha un problema (quasi sempre reale), e questo problema per affrontarlo nell’ambito delle pubbliche istituzioni si deve fare avanti a gomitate (talvolta scatenando una sorta di “guerra tra poveri”), si e’ convinto che non puo’ essere altrimenti in qualunque altro posto, anche nei rapporti coi privati. Un motivo pratico per comportarsi cosi’ c’e’ anche: spesso il privato e’ tale solo sulla carta perche’, sotto sotto o sopra sopra, questo privato riesce a vivere grazie ai soldi pubblici.
Nel mondo delle corporazioni, artigiani e professionisti, spesso obbligati a far parte della loro corporazione perche’ altrimenti non potrebbero lavorare (in pratica -per esempio, i taxisti- o in assoluto -per esempio i medici, avvocati, ingegneri, etc), si sono convinti che il mondo dell’economia funziona solo in questo modo: difendendo l’acquisito della propria corporazione.
Ma il mondo che va verso il futuro e che affronta il presente, purtroppo per questi soggetti, crediamo che non vada proprio in questo modo. Chi non si fa una ragione di questa tendenza si lamenta perche’ gli spazi del suo essere economico vengono sempre meno, e questa la chiama “CRISI”. Crisi che, invece, non sentono quei pochi che non agiscono e non pensano in questo modo. Appunto: quei pochi.
Ognuno puo’ trovare esempi di questa situazione nel proprio ambito e/o nel proprio vicinato.
Ci sembra opportuno fare un esempio che riguarda direttamente la nostra associazione. Aduc fa consulenza gratuita via web e nelle proprie sedi. Non percepisce finanziamenti pubblici per scelta e, a tutti coloro che usufruiscono di questi servizi, chiede se vogliono lasciare un contributo economico, quindi non essenziale per avere consulenza. Proprio oggi, in risposta ad una nostra mail automatica con cui ringraziamo chi si e’ iscritto al nostro web per fruire gratuitamente di tutti i servizi di consultazione e di consulenza, ci e’ arrivato questo messaggio:
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Buongiorno,
avete tariffe per chi è disoccupato?
grazie

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Ovviamente abbiamo sorriso pensando a quali tariffe scontate dovremmo fare per un servizio che e’ gratuito…. Ma l’osservazione sarcastica ci ha portato a pensare come puo’ aver agito l’estensore di questa richiesta: ti arriva un messaggio di ringraziamento (in cui c’e’ anche scritto che se vuoi puoi dare un contributo economico volontario), e tu -disoccupato- probabilmente per inerzia e abitudine invii il messaggio abituale per cercare di vivere meno peggio la tua difficile condizione…. forse per avere la riduzione anche sul tuo eventuale contributo volontario? Insomma, crediamo di esserci spiegati.
Quanto sopra fa parte di questo mondo di cui abbiamo parlato nella prima parte di queste nostre osservazioni. E sono come quelli che: “ce l’hanno col meridione, siamo lasciati a noi stessi”, “ho mal di pancia e vado al pronto soccorso”, “se vuoi un consiglio garantito, chiedilo alle associazioni che hanno i contributi dello Stato, che’ sono garantite come serie”, “conviene sempre iscriversi alle liste di disoccupazione”, etc. E insieme a questi ci sono quelle cose che vediamo spesso nei film, ma che rimangono li’, tipo: il ragazzo americano che per farsi un viaggetto decide di lavorare per un po’ facendo “car wash” coi cartelli per strada o il commesso da qualche parte…. Qui da noi, lo stesso ragazzo, vista l’impossibilita’ di svolgere lavori temporanei del genere per l’onerosita’ asfissiante della domanda e dell’offerta, i soldi li puo’ solo chiedere ai genitori o -i piu’ delinquentelli- spacciando un po’ di spinelli presso i compagni di scuola.
Tutto questo ci distrugge?
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