Consulenza fnanziaria. I giovani non abbandonano quella tradizionale. Studio CFA Institute
Entro il 2050 circa 83 trilioni di dollari passeranno nelle mani delle nuove generazioni, un passaggio che non riguarda soltanto la redistribuzione della ricchezza, ma soprattutto la ridefinizione delle aspettative nei confronti dell’industria. Analisi di Citywire.com
C’è un equivoco di fondo che continua a circolare nel settore del wealth management: l’idea che le nuove generazioni, digitali e autonome, siano destinate ad abbandonare la consulenza tradizionale. Il dato empirico racconta esattamente il contrario. Il punto non è la disintermediazione, ma la trasformazione della mediazione.
Il report pubblicato da CFA Institute inserisce questo fenomeno all’interno di una dinamica strutturale ben più ampia: il cosiddetto Great Wealth Transfer. Entro il 2050 circa 83 trilioni di dollari passeranno nelle mani delle nuove generazioni, un passaggio che non riguarda soltanto la redistribuzione della ricchezza, ma soprattutto la ridefinizione delle aspettative nei confronti dell’industria .
La prima evidenza che emerge è che la consulenza resta centrale, ma smette di essere esclusiva. I giovani investitori non rinunciano all’advisor: lo affiancano. Lo integrano con piattaforme digitali, strumenti automatizzati, fonti informative alternative. La relazione non si dissolve, si frammenta e si ricompone in un ecosistema. È qui che prende forma la cosiddetta consulenza ibrida, un modello in cui la tecnologia presidia l’operatività e l’accesso all’informazione, mentre il consulente umano conserva un ruolo decisivo nelle scelte strategiche. I numeri sono inequivocabili: oltre il 90% tra Gen Z e Millennials utilizza già servizi di pianificazione finanziaria . Non è un rifiuto della consulenza, ma una sua evoluzione funzionale.
Se la relazione cambia, anche il portafoglio cambia. Le nuove generazioni introducono una discontinuità che va oltre la semplice allocazione efficiente. Il portafoglio diventa uno strumento identitario. Oltre il 90% degli investitori più giovani dichiara di voler allineare gli investimenti ai propri valori, mentre una quota significativa esprime un interesse esplicito per strategie ESG o a impatto . Non si tratta di una moda passeggera, ma di un cambiamento nella funzione stessa dell’investimento, che da puro veicolo di rendimento si trasforma in estensione delle convinzioni individuali.
Parallelamente, si amplia lo spettro degli strumenti utilizzati. Criptovalute, ETF, real estate e mercati privati entrano stabilmente nei portafogli, non più come elementi marginali ma come componenti strutturali di una diversificazione che il report definisce “moderna”. Colpisce in particolare il dato sulle criptovalute: circa la metà degli investitori giovani con patrimoni rilevanti ne detiene, contro poco più di un quarto tra i Baby Boomer . È una divergenza che riflette non solo una diversa propensione al rischio, ma anche un diverso modo di costruire conoscenza finanziaria.
Ed è proprio sul terreno informativo che si gioca una delle partite più delicate. I social media sono ormai una delle principali fonti di apprendimento per una quota rilevante di Gen Z e Millennials, mentre l’intelligenza artificiale generativa inizia a essere utilizzata come strumento di educazione finanziaria . Questa democratizzazione dell’accesso alle informazioni ha un costo: l’aumento della volatilità comportamentale. La FOMO, alimentata da flussi continui di contenuti e narrazioni, spinge verso decisioni rapide e spesso poco fondate, in particolare su asset ad alta componente speculativa .
In questo contesto, il ruolo del consulente non si riduce, ma cambia natura. Non è più il custode dell’informazione, perché l’informazione è ovunque. Diventa piuttosto un filtro, un curatore, un validatore. È colui che seleziona, interpreta e soprattutto mette in prospettiva. Non a caso, nonostante la proliferazione di strumenti digitali, l’advisor umano continua a essere percepito come la fonte più affidabile nelle decisioni complesse . La fiducia non si è erosa: si è ridefinita.
Anche la relazione cambia ritmo. Non è più scandita da incontri sporadici, ma si inserisce nella quotidianità dell’investitore. Le interazioni diventano più frequenti, spesso mediate da canali digitali, e si attivano in corrispondenza di momenti specifici della vita. L’ingresso nella consulenza è sempre più legato ai cosiddetti right-time moments: eventi come un’eredità, l’acquisto di una casa o un cambiamento lavorativo rappresentano i veri punti di attivazione del rapporto . Non è un processo lineare, ma episodico e fortemente contestuale.
Per le società di gestione, tutto questo implica un ripensamento profondo. La sfida non è semplicemente adottare nuove tecnologie, ma integrarle in modelli di servizio capaci di scalare la personalizzazione senza perdere qualità. Significa ampliare l’offerta verso nuove asset class, ma anche sviluppare un linguaggio coerente con le aspettative valoriali dei clienti. Significa, soprattutto, ridefinire le competenze: il consulente del futuro dovrà essere insieme tecnico, interprete e mediatore tecnologico.
(Citywire.com del 27/04/2026)