Sabato 6 giugno 2026
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Omero, i topi e la guerra a distanza

Articolo · Gian Luigi Corinto ·
The New York Public Library - Unsplash
Foto: The New York Public Library — Unsplash (Unsplash License (libero uso))

L’Iliade viene spesso letta come il poema d’inizio della civiltà occidentale, ma forse è qualcosa di più inquietante. È il testo che mostra, in forma originaria, la grammatica eterna della guerra. Non soltanto il duello eroico o la gloria del combattente, ma anche l’umiliazione, la contesa per il bottino, la fragilità dell’ordine politico e la violenza che si espande come contagio. Per questo il poema di Omero continua a parlare al presente, perché non descrive solo un passato remoto, ma un modello archetipico del nostro modo di pensare il conflitto.

 

L’episodio inaugurale tra Achille e Agamennone è decisivo. La guerra non nasce da una strategia razionale, ma da una rissa per una schiava, cioè per il segno materiale del prestigio guerriero. In Omero il conflitto è già politico, simbolico e corporale insieme. Il capo non è solo colui che comanda, ma colui che pretende riconoscimento. Quando questo riconoscimento viene negato, la macchina della guerra si incrina. La grandezza del poema sta proprio perché che mostra che la violenza collettiva si alimenta di passioni individuali, di offese personali, di gerarchie ferite.

 

Ancora più impressionante è la figura del dio Apollo, che colpisce da lontano e scatena la peste sull’esercito acheo. Il dio, detto l’Obliquo, non affronta il nemico faccia a faccia, ma agisce a distanza, con una potenza invisibile e diffusa. La peste, trasmessa dai topi e incarnata nelle frecce divine, è una forma antichissima di guerra indiretta. Non distrugge un solo bersaglio, ma indebolisce il corpo collettivo, disorienta, scompagina, rende incerto il confine tra vittoria e rovina. È un’immagine potentissima perché mette in scena una violenza remota, asimmetrica, quasi impersonale.

 

Da qui il parallelo con il presente appare naturale. Oggi si colpiscono obiettivi lontani con missili, bombe guidate e soprattutto droni, strumenti che riducono il rischio per chi attacca e trasformano il nemico in un punto su una mappa. La distanza non è solo tecnica, ma anche morale. Più il colpo si allontana dal corpo di chi lo infligge, più la guerra tende a diventare amministrazione della distruzione. In questo senso il drone è meno una novità assoluta che una radicalizzazione di una logica già antica. La logica razionale di Apollo, della freccia che arriva da lontano, della malattia che si diffonde senza volto.

 

L’Iliade descrive l’oggi come archetipo. Non perché preveda letteralmente i droni, ma perché coglie la struttura permanente della guerra come combinazione di distanza e prossimità, di prestigio e annientamento, di tecnologia e passione sfrenata. Omero non parla solo del mondo antico. Parla di noi, ogni volta che la violenza si fa remota e il potere pretende di colpire senza esporsi.

 

L’altro nome di Apollo è Sminteo, che significa re dei topi. Oggi la guerra la fanno alcuni imperatori dei ratti.

 

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