La Terra e’ un piccolo Pianeta senza frontiere
Viviamo su un piccolo Pianeta e i piu’ bei tramonti ci ricordano che i pennacchi delle eruzioni vulcaniche non si arrestano alle frontiere, cosi’ come avviene per le nuvole radioattive.Su un Pianeta circondato da una cappa atmosferica in movimento perpetuo, niente ferma l’espansione e la deriva delle emissioni per cause naturali o per l’attivita’ umana. I radar dei satelliti di osservazione terrestre ci mostrano che la fermentazione e la diluizione delle emissioni avvengono a livello planetario, e una eruzione vulcanica o un incidente industriale hanno conseguenze misurabili piu’ o meno rapidamente su tutto il Pianeta ad un livello dipendente unicamente dall’ampiezza del fenomeno. Quando enormi volumi di gettiti d’aria sono spinti ad una notevole altitudine da eruzioni vulcaniche particolarmente violente, la presenza di anidride solforosa e di polveri microscopiche nella atmosfera alta si manifesta con la comparsa di colorazioni molto intense al levare e al calare del sole. A giugno-luglio 2009, l’eruzione del Sarychev, un vulcano delle isole Kurili a nord-est del Giappone, ha anch’essa generato dei notevoli tramonti e albe del sole in Europa quando i suoi gettiti di aria si sono progressivamente estesi su tutto l’emisfero nord.
Stelle negli occhi
I testi di questo feuilleton domenicale sono stati redatti in seguito alle mie osservazioni. Istanti emotivi, evocazioni di mitologie stellari, riflessioni sull’Universo, credo che vi possano spingere ad allontanarvi dalle luci artificiali per respirare e pensare piu’ serenamente su un cielo carico di stelle.
“Essa contempla il giorno che si alza dietro il piccolo pino nero, i primi raggi, raggi talvolta di oro pallido, raggi talvolta bianchi come delle frecce di un arciere. Dopo, i primi blu. Dopo l’emergere violento, rapido, inesorabile della luce che i sostituisce subito al mare ".
Pascal Quignard, Villa Amalia (Gallimard)
Un grande vento ha scolpito la notte. Scavato come una grotta, il cielo dell’alba si adorna di tinte rupestri. Su una lingua di cristalli di ghiaccio col profilo di scale arrotondate, il Sole ancora lontano risplende di rosso sangue e di oro. Dopo diverse settimane, i gettiti d’aria generosamente proiettati nell’atmosfera dall’Okmok, il Cleveland e il Kasatochi -tre vulcani delle isole Aleutine- filtrano gli effetti crepuscolari della nostra stella e ci gratificano di una tavolozza intensamente raggiante, come non abbiamo ammirato da diversi anni.
Alla fine del XIX secolo l’eruzione “cataclismica” del Krakatoa, fecce diventare rossi, anch'essa, i crepuscoli per diversi mesi e la contemplazione di un tramonto del Sole con dei raggi eccezionali fece stupire il pittore norvegese Edvard Munch e fece nascere in lui il suo piu’ celebre dipinto, l’Urlo. Ripenso nello stesso modo a queste serate sontuose della primavera del 1982, quando il vulcano messicano El Chicon coloro’ nello stesso modo i bordi della notte.
Lo spettacolo offerto da questa alba e’ completo. Imboscato dietro la cascata di rame che spruzza l'Oriente, il disco solare lancia i suoi raggi all’assalto della cittadella notturna. Le ombre delle nuvole fanno nascere un ventaglio di raggi sobri che si arrampicano fino allo Zenit e si perdono con il resto della notte. Immobile, mi abbevero a questa fonte di bellezza che nessuna fotografia puo’ testimoniare obiettivamente. La scena mi avvolge e si sviluppa ben oltre il mio campo visivo, mettendomi nel cuore una cattedrale di riflessi cangianti. Sola tra questo tumulto di colori, Sirio scintilla ancora di una luce bellissima blu nella regione più buia del mondo celeste.
Dal rosso vivo all’arancione chiaro e al giallo limone, dei colori estratti dalle cave di ocra di Roussilon si ammucchiano e di fondono sull’orizzonte. Un cielo di un blu cosi’ sbiadito come quello di un vecchio jeans li contorna.
Piu’ in alto, nei fasci condivisi dei raggi solari, alcune volute rosa ne derivano pigramente. Il vento si e’ placato nel corso della notte, ma riprendera’ sicuramente con piu’ vigore al levare del giorno, e le nuvole irromperanno per portarci di nuovo la pioggia.
Ho fatto il pieno di calma, ho preso un profondo respiro di serenita’, ritorno. Accendo un fuoco. Nella stufa, tronchi di quercia e faggio attorcigliano le fiamme gemelle e dolcemente scoppiettanti. Alla radio, Raymond Depardon parla degli Indiani dell’Amazzonia che ha fotografato. Racconta come questi abitanti della “Terra Indigena” -e’ l’espressione usata dal governo brasiliano per indicare la zona in cui abitano- muoiono con il nostro contatto, per il nostro modo di sfruttare sempre piu’ le loro terre e le loro foreste.
Mi sembra pertanto che potrei condividere l’alba con loro. Viverla in silenzio, apprezzarla e mi renderebbe soddisfatto una giornata intera, senza cercare di volerne di piu’.
Ma il ritmo del mondo che spazia su di noi come l’onda profonda di uno tsunami, ci gonfia di desideri che noi prendiamo troppo spesso per dei bisogni, spingendoci a volerli sempre soddisfare senza farci preoccupare delle conseguenze di questo modo di vita.
(Articolo di Guillaume Cannat, pubblicato sul quotidiano Le Monde del 23/07/2017)
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