Il topo altruista
Per lo più il topo suscita una certa repulsione o comunque è visto come essere infido, distruttore subdolo e furbo, che abbandona la nave prima del naufragio: un egoista patentato, insomma. Tutt'altra cosa l'uomo che, pur con tutti i suoi difetti, è capace di comportamenti sociali e solidali. E qui ci sono due scuole di pensiero. C'è chi ritiene che l'altruismo nasca, magari inconsciamente, da un retropensiero poco nobile -per farsi belli agli occhi altrui o per un possibile tornaconto futuro-, e chi vede l'empatia connaturata all'essere umano. Con empatia s'intende la capacità di comprendere con facilità lo stato d'animo di un altro. Esiste anche tra gli animali? Sono stati fatti vari esperimenti sugli scimpanzé, ma i risultati non sono conclusivi né in un senso né nell'altro; e se i due fronti continuano a sfidarsi a suon di pubblicazioni con tesi opposte, l'interrogativo resta in piedi. Tornando ai topi, c'è una novità che i neurobiologi Peggy Mason e Jean Decety, della University of Chicago, hanno spiegato su Science (v.334, p.1427).
Mordere indisturbati la cioccolata o liberare il compagno prigioniero, col rischio di dover spartire con lui quella delizia? Ecco il dilemma posto ai roditori e oggetto dell'esperimento.
I ricercatori hanno chiuso un topo in un tubo trasparente all'interno di una gabbia dove il secondo si muoveva agevolmente. In un altro tubo uguale c'era la cioccolata, di cui i ratti sono golosi. Grazie a tentativi precedenti, il topo "libero" sapeva come fare ad aprire i tubi per arrivare alla cioccolata o al compagno rinchiuso. Ebbene, dopo ripetute prove, i biologi hanno constatato che gli animali si dividevano pressoché equamente tra chi si buttava sul cioccolato e chi liberava il proprio simile. "Impressionante", l'ha definito Jeffrey Mogil della McGill University, che non ha partecipato allo studio.
Il lavoro è stato confortato da una serie di esperimenti di controllo. L'équipe ha esaminato se i topi fossero mossi da pura curiosità o se volessero essere semplicemente vicini al compagno, nel qual caso avrebbero aperto la porta non per altruismo, ma per bisogno di compagnia. Invece sembra proprio che ai topi stesse a cuore il destino dei compagni, giacché apparivano decisamente più agitati quando scoprivano il loro amico chiuso nel tubo di quando questi era vuoto o conteneva un topo finto.
Dopo un mese di prove, 23 roditori su 30 avevano aperto senza indugio il tubo in cui era rinchiuso il compagno; solo 5 su 40 avevano aperto quello vuoto. E anche se il tubo con il compagno era collocato in modo tale che il prigioniero liberato sarebbe finito in una gabbia diversa da dove si trovava il suo salvatore, questi faceva di tutto per liberarlo. Le operazioni di soccorso non si spiegano dunque solo con l'impulso al gioco e nemmeno con la speranza d'avere una compagnia.
Resta da chiedersi: i ratti agiscono in quel modo perché sono capaci di provare le sensazioni dei loro compagni prigionieri? Se così fosse, sarebbero dotati di empatia, un sentimento finora attribuito con certezza solo all'uomo. Claus Lamm, dell'Università di Vienna e già collaboratore di Decety, è prudente: Potrebbe essere che un topo aiuti l'altro semplicemente perché la visione di un affine imprigionato lo rende inquieto. Oltre tutto, all'inizio l'animale imprigionato lancia segnali d'allarme, e il compagno esterno potrebbe liberarlo solo perché è infastidito da quel rumore.
Gli autori dell'esperimento ritengono quest'ultima spiegazione improbabile. Ma anche Jaak Panksepp della Washington State University fa riflettere con il suo commento allo studio. Secondo lui, non è chiaro se l'altruismo dei topi sia stato guidato dal primitivo apparato neuronale parzialmente evoluto -e ciò andrebbe contro la tesi dell'empatia- o se il ruolo principale sia attribuibile ai cosiddetti neuroni specchio, nel qual caso la tesi dell'empatia avrebbe un sostegno.
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