BANDIERA PACE
COME LE NORME CONTRO LE LIBERTA' SI RITORCONO CONTRO CHI LE PROPONE. UNA LEZIONE DA CONSIDERARE
Firenze, 14 Febbraio 2003. Se ne parla un po' dovunque, nelle istituzioni come nei bar. Si tratta della liceita' o meno che sui pennoni di alcune istituzioni siano esposte le bandiere con i colori dell'arcobaleno e la scritta "pace". Le fazioni sono molteplici e si intrecciano rispetto agli schieramenti, ma grossomodo, a dispetto della norma, chi esclude qualunque tipo di intervento militare in Iraq e' diventato partigiano dell'esposizione, viceversa la pensa chi non esclude l'intervento armato.
Quello che ci interessa rilevare e' come nasce questa norma, quali ne sono le conseguenze e quale lezioni si possa trarre dal punto di vista legislativo. La nota inviata dalla presidenza del Consiglio dei Ministri ai prefetti italiani nel 1998, ricordava che sugli edifici pubblici non potevano essere esposti vessilli privati, ma solo le bandiere italiane e della Ue, nonche' quelle della specifica amministrazione o del Paese che in un dato momento era ospite di questa o quella istituzione. Ma perche' il Governo di Romano Prodi mando' questa nota? In quei mesi erano molto numerose le amministrazioni comunali, provinciali e regionali che facevano sventolare la bandiera del Tibet, in sostengo alla lotta di sopravvivenza etnica di quel popolo contro l'amministrazione della Repubblica Popolare di Cina che li aveva spodestati. E' notorio che le autorita' della Cina, ogni volta che sentono parlare di Tibet, si sentono assaliti da un forte prurito e chiudono qualunque forma di confronto e dialogo (per loro e' un capitolo chiuso, punto e basta). Per questa ragione chiesero al Governo italiano di fare qualcosa per impedire che continuasse questa esposizione delle bandiere tibetane. E il Governo italiano invio' la nota di cui sopra. Furono in molti a levare le bandiere del Tibet o a giustificare la mancata esposizione per questo motivo.
Oggi i partigiani dell'esposizione delle bandiere multicolori con la scritta "pace" sono essenzialmente di quello schieramento che all'epoca sosteneva il Governo di Romano Prodi.
La storia si e' fatta beffa di una norma che ricorda piu' i rigori militari che non il quieto vivere di un Comune di provincia che ha voluto dire la sua in politica internazionale? Si puo' anche leggere in questo modo. Ma cio' che piu' e' vistoso e' che, quando una legge o una norma viene istituita per limitare una liberta' il cui manifestarsi non fa male a nessuno ma, anzi, invita chiunque alla riflessione e alla voglia di meglio informarsi e conoscere, questa norma si ritorce anche coloro che l'avevano proposta e perorata.
Per cui: e' proprio necessario che in un Paese ufficialmente libero si facciano queste norme? E' questo un modo di normare e legiferare che aiuta la comunita' civica rispetto al suo sentire e alle sue necessita' di manifestare il proprio pensiero?
Noi, che siamo rispettosi delle leggi e delle norme e che le contestiamo (quando necessita) sempre nei limiti imposti dalle stesse leggi, non possiamo che segnalare quanto sta succedendo in questa occasione. Che' ognuno -e soprattutto il legislatore e chi ci governa- ne tragga lezione.
Vincenzo Donvito, presidente Aduc
Firenze, 14 Febbraio 2003. Se ne parla un po' dovunque, nelle istituzioni come nei bar. Si tratta della liceita' o meno che sui pennoni di alcune istituzioni siano esposte le bandiere con i colori dell'arcobaleno e la scritta "pace". Le fazioni sono molteplici e si intrecciano rispetto agli schieramenti, ma grossomodo, a dispetto della norma, chi esclude qualunque tipo di intervento militare in Iraq e' diventato partigiano dell'esposizione, viceversa la pensa chi non esclude l'intervento armato.
Quello che ci interessa rilevare e' come nasce questa norma, quali ne sono le conseguenze e quale lezioni si possa trarre dal punto di vista legislativo. La nota inviata dalla presidenza del Consiglio dei Ministri ai prefetti italiani nel 1998, ricordava che sugli edifici pubblici non potevano essere esposti vessilli privati, ma solo le bandiere italiane e della Ue, nonche' quelle della specifica amministrazione o del Paese che in un dato momento era ospite di questa o quella istituzione. Ma perche' il Governo di Romano Prodi mando' questa nota? In quei mesi erano molto numerose le amministrazioni comunali, provinciali e regionali che facevano sventolare la bandiera del Tibet, in sostengo alla lotta di sopravvivenza etnica di quel popolo contro l'amministrazione della Repubblica Popolare di Cina che li aveva spodestati. E' notorio che le autorita' della Cina, ogni volta che sentono parlare di Tibet, si sentono assaliti da un forte prurito e chiudono qualunque forma di confronto e dialogo (per loro e' un capitolo chiuso, punto e basta). Per questa ragione chiesero al Governo italiano di fare qualcosa per impedire che continuasse questa esposizione delle bandiere tibetane. E il Governo italiano invio' la nota di cui sopra. Furono in molti a levare le bandiere del Tibet o a giustificare la mancata esposizione per questo motivo.
Oggi i partigiani dell'esposizione delle bandiere multicolori con la scritta "pace" sono essenzialmente di quello schieramento che all'epoca sosteneva il Governo di Romano Prodi.
La storia si e' fatta beffa di una norma che ricorda piu' i rigori militari che non il quieto vivere di un Comune di provincia che ha voluto dire la sua in politica internazionale? Si puo' anche leggere in questo modo. Ma cio' che piu' e' vistoso e' che, quando una legge o una norma viene istituita per limitare una liberta' il cui manifestarsi non fa male a nessuno ma, anzi, invita chiunque alla riflessione e alla voglia di meglio informarsi e conoscere, questa norma si ritorce anche coloro che l'avevano proposta e perorata.
Per cui: e' proprio necessario che in un Paese ufficialmente libero si facciano queste norme? E' questo un modo di normare e legiferare che aiuta la comunita' civica rispetto al suo sentire e alle sue necessita' di manifestare il proprio pensiero?
Noi, che siamo rispettosi delle leggi e delle norme e che le contestiamo (quando necessita) sempre nei limiti imposti dalle stesse leggi, non possiamo che segnalare quanto sta succedendo in questa occasione. Che' ognuno -e soprattutto il legislatore e chi ci governa- ne tragga lezione.
Vincenzo Donvito, presidente Aduc
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