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LIBERTA' IN INTERNET

Comunicato ·
DOPO LA SENTENZA DI PARIGI, NON TUTTO E' PERDUTO, MA C'E' ANCORA MOLTO DA FARE

Firenze, 13 Febbraio 2003. Il tribunale "correctionel" di Parigi, lo scorso 11 febbraio, ha assolto Tim Koogle, ex presidente di Yahoo!, che era stato denunciato da alcune associazioni ebraiche francesi per apologia del Terzo Reich, in quanto aveva consentito che attraverso i server della sua azienda fossero ospitati alcuni siti Internet che vendevano oggetti di carattere nazista. In prima istanza, nel 2000, il tribunale lo aveva condannato ad inibire l'accesso a questi siti (che materialmente erano negli Usa) ai navigatori francesi di Internet. Decisione a cui Yahoo! si attenne quando nel gennaio del 2001 soppresse completamente il suo servizio di vendite all'asta. Il processo in Francia, pero', ha continuato e Koogle avrebbe potuto essere condannato a cinque anni di carcere e una multa di 45.700 euro. La vicenda si e' ora conclusa perche' per i giudici vendere oggetti che hanno caratteristiche naziste, non significa sostenere i crimini di guerra ne' appoggiare la politica di Adolf Hitler.
Dovremmo essere soddisfatti? Ci fa piacere per i francesi che, almeno, hanno dei giudici che riescono ad esser tali in serenita', senza farsi trascinare dalle passioni della storia del secolo scorso e delle sue tragedie. Ma rimane tutto il problema che avevamo sollevato ai tempi del primo processo e che aveva poi trovato un parziale riscontro nella sentenza di un giudice Usa che, nel 2001, decise che la compagnia californiana non era giuridicamente dipendente dalla legislazione francese.
Come puo' una legislazione e un diritto nazionale intervenire per inibire l'accesso a Internet, quando il materiale da inibire e' in un territorio giurisdizionalmente altro? Farlo ci sembra la negazione di Internet, della sua stessa essenza. Sicuramente non farlo puo' essere un pericolo per qualcuno e qualcosa, ma e' sostenibile e giustificabile il prezzo che si paga nel farlo rispetto al risultato che si vorrebbe ottenere? A fronte di un ordine e un governo mondiale con norme, regole e leggi, avrebbe senso. Ma sappiamo che non e' cosi'. E allora perche' dovrebbe esserlo per lo strumento transnazionale di comunicazione e informazione per eccellenza? Il diritto internazionale e' una sorta di finzione, che riesce ad avere qualche parvenza di applicazione solo quando i rispettivi diritti nazionali delle parti in causa si mettono d'accordo. Perche' non deve essere altrettanto per Internet, che invece deve sottostare alle decisioni di un tribunale nazionale in assenza di questi accordi? Forse la comunicazione e l'informazione che vengono veicolate attraverso questo strumento sono di per se' secondarie rispetto al resto?
Sono tutti interrogativi che la sentenza di Parigi lascia aperti e sui si puo' rispondere in modo diverso. Alla maniera della Repubblica Popolare di Cina, che quotidianamente mette in galera chi viene "beccato" a visitare i siti Internet proibiti. O alla maniera della Francia che, sanzionando un vero e proprio reato di opinione, risolve quella bega che il caso Yahoo! stava rappresentando, confermando il reato di opinione ma facendo uscire i protagonisti dalla porta di servizio. O alla maniera degli Usa dove, per il momento, tutto si basa su codici di comportamento nonostante le fregole dell'Amministrazione Bush che, in nome della difesa dal terrorismo, ha ventilato un ipotesi di controllo generale. O alla maniera della Ue . qualcuno ha capito quali sono le tendenze?
Insomma, il problema esiste. E la sentenza di Parigi, per il momento e per fortuna, ci ha solo detto che per questo non occorre versare lacrime e sangue (prigione e soldi nello specifico). Per quanto ci riguarda non possiamo che invitare tutti gli interessati a parlarne, proporre e discutere, perche' se si lascia fare alle istituzioni e alle leggi che oggi ci governano in ogni luogo, e' molto probabile che non ci restera' che difenderci in continuazione dalle decisioni da santa inquisizione come quelle che abbiamo riscontrato.
Vincenzo Donvito, presidente Aduc
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