L'ombra dei cartelli della droga dietro le proteste contro il presidente Paz

Le proteste che stanno scuotendo la Bolivia contro il presidente Rodrigo Paz Pereira non sarebbero soltanto il frutto di tensioni politiche interne. Secondo un'analisi pubblicata da Latin Times, i cartelli del narcotraffico potrebbero avere un interesse concreto e misurabile nel destabilizzare il governo e nel favorire la caduta dell'attuale leadership.
Il punto di partenza è una scelta politica precisa: nel febbraio 2026, Paz ha riaperto le porte della Bolivia alla DEA statunitense (Drug Enforcement Administration) dopo quasi diciotto anni di assenza, rovesciando l'espulsione decisa nel 2008 dall'ex presidente Evo Morales. Poco dopo, a marzo 2026, il paese ha aderito allo "Shield of the Americas", la coalizione per la sicurezza lanciata da Donald Trump con il mandato esplicito di combattere il traffico di droga e la criminalità organizzata transnazionale. Nel medesimo mese, le forze boliviane hanno catturato Sebastián Marset, trafficante uruguaiano nella lista dei più ricercati della DEA, trasferendolo alla custodia statunitense. Nel giro di settimane, il paese è stato travolto da blocchi stradali e agitazioni.
La Bolivia non è un attore secondario in questo scenario: è il terzo produttore mondiale di cocaina. Il paese ha riconosciuto la propria trasformazione da corridoio di transito a centro di produzione autonomo, con la grande maggioranza dei laboratori clandestini concentrati nella regione del Chapare — che è anche la storica base politica di Morales, già leader sindacale dei coltivatori di coca. La città orientale di Santa Cruz è diventata nel frattempo un polo di attrazione per trafficanti provenienti da paesi lontani come Albania e Cina.
Le proteste ufficialmente si richiamano a rivendicazioni concrete: aumenti salariali, carenza di carburante e viveri, inflazione. Il sindacato dei lavoratori (COB), le unioni contadine e i minatori sono in prima fila nelle mobilitazioni. Morales, dal canto suo, ha ribaltato l'accusa sostenendo l'esistenza di un piano sostenuto dagli Stati Uniti per far cadere il governo. Gli analisti però notano che Morales si trova da quasi due anni nascosto nella regione del Chapare per sfuggire a un mandato di arresto.
L'articolo sottolinea che al momento nessun governo ha prodotto prove pubbliche e verificabili che i manifestanti in piazza siano pagati dai cartelli. Come riporta Al Jazeera, le autorità hanno dichiarato che le proteste sarebbero finanziate dal narcotraffico, "sebbene non siano state presentate prove a sostegno di tali accuse". Molti di coloro che scendono in strada — osserva Latin Times — sono spinti da difficoltà reali, da una crisi concreta di carburante, cibo e rappresentanza politica, che esisterebbe indipendentemente da qualsiasi finanziamento criminale.
La domanda che il paese si trova ad affrontare è però un'altra: che i cartelli stiano finanziando attivamente il disordine oppure si limitino a trarne vantaggio, il loro interesse alla caduta di Paz appare reale. La crisi boliviana impone quindi una lettura a più livelli, in cui la politica e il crimine organizzato si intrecciano in modo difficilmente separabile.