Sabato 7 novembre 2026
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Il cinismo dei furbi. Qualcosa da leggere

Articolo · Carlo Romeo ·

Su Twitter Daria Kryukova scrive:

“Prima che Novaya Gazeta chiuda, vorrei che tutti leggessero questo testo. Parla di ciò a cui mira davvero la propaganda russa.

Non insegna il militarismo: insegna il cinismo e il bispensiero, qualcosa che per certi versi è persino più spaventoso”. D.K.

 

«Il cinismo dell’uomo “scaltro”»  di Anna Kuleshova.

La propaganda russa distrugge la stessa capacità di formulare giudizi morali, e questo è più spaventoso della mobilitazione.

 

Si tende a credere che il principale risultato dell’attività della propaganda russa sia il sostegno alle operazioni militari. Si sente ripetere quasi sempre la stessa tesi: la televisione avrebbe ipnotizzato milioni di persone, trasformandole in sostenitori aggressivi e ideologicamente convinti del conflitto armato. Tuttavia, se osserviamo più da vicino lo stato reale della società, vediamo che le conseguenze più devastanti dell’attività dei propagandisti sono tutt’altre e si manifestano altrove.

 

Cominciamo dal fatto che il concetto di «sostegno» nei sondaggi russi è controverso. I ricercatori hanno cercato di individuare coloro che sostengono *** in modo coerente: favorevoli a ***, contrari al ritiro delle truppe e ai negoziati e favorevoli a dare priorità alle spese militari. Nel febbraio 2023 erano il 22%, mentre nell’ottobre dello stesso anno questo «nucleo» si era quasi dimezzato, scendendo al 12%. Nel frattempo, il nucleo dei sostenitori di una rapida fine delle operazioni militari era rimasto pressoché stabile: circa il 20%, contro il 18,5%. Nel 2025 i ricercatori hanno rilevato quote praticamente equivalenti di «sostenitori coerenti della pace» (21%) e di «sostenitori coerenti di ***» (18%).

Ciò significa che gli oppositori convinti sono più o meno tanti quanti i sostenitori convinti. Tra questi due poli si colloca la maggioranza silenziosa.

 

E il principale prodotto della propaganda non è l’entusiasmo, né il sostegno a ***: la propaganda disabitua sistematicamente le persone a formulare giudizi morali. Per le autorità è molto più vantaggioso.

 

«E loro, invece?»

 

Uno degli strumenti più potenti è la coltivazione del cosiddetto whataboutism, il ricorso incessante alla domanda «E allora loro?». Quasi a ogni occasione, i media statali mostrano trionfalmente che il mondo occidentale non è perfetto, che anche lì esistono crisi, ingiustizie e doppi standard. Ma non lo fanno per constatare una realtà, bensì per operare una sostituzione logica: «Se non sono perfetti, allora a noi è permesso tutto. Quindi facciamo tutto nel modo giusto».

 

Nella vita quotidiana di una persona normale, un ragionamento del genere suona assurdo. Se scopro che una persona apparentemente perbene ha mentito o ha imbrattato i muri dell’androne di un palazzo altrui, questo non significa che anch’io mi metterò a imbrattare gli ingressi dei palazzi, seguendo la logica «se lo può fare lui, allora posso farlo anch’io». Una persona sana non orienta la propria bussola morale sulla base dei vizi altrui. Ma a livello statale questa sostituzione funziona senza fallire: convincendo le persone che il mondo intero è corrotto, la propaganda concede un’assoluzione preventiva alla propria mancanza di principi e alla propria crudeltà.

 

In criminologia questa tecnica ha un nome. Nel 1957 Gresham Sykes e David Matza studiarono la delinquenza minorile e descrissero le «tecniche di neutralizzazione», cioè i modi in cui chi viola le norme riesce a conservare la propria autostima senza rinunciare alle norme stesse. Una di queste tecniche si chiama «condanna di chi condanna»: l’attenzione viene spostata dal proprio comportamento ai motivi e ai peccati di chi lo critica. La propaganda russa ha trasformato questa stessa tecnica in una forma di retorica statale.

Lo psicologo Albert Bandura, studiando il fenomeno del «disimpegno morale» (moral disengagement), ha individuato un meccanismo analogo, definendolo «confronto vantaggioso». Il proprio comportamento sembra accettabile se lo si mette a confronto con qualcosa di peggiore.

 

Bandura sottolineava che questo meccanismo è particolarmente pericoloso perché non cancella i principi morali, ma semplicemente sottrae determinate azioni alla loro applicazione.

 

La persona continua a considerarsi perbene, ma il metro con cui giudica le proprie azioni non è più la coscienza né la legge: è il peggior esempio che sia riuscita a trovare nel proprio vicino. E un esempio peggiore si trova sempre.

 

Il mito della società perfetta

La propaganda attribuisce ai suoi critici la convinzione che esista una sorta di società ideale. Se dite che da noi qualcosa non va, significa che pensate che da qualche altra parte, in Europa o in America, vada tutto bene. E poiché noi mostriamo regolarmente che anche lì esistono povertà, violenza, corruzione e ipocrisia, significa che vi sbagliate e che noi facciamo tutto nel modo giusto.

 

L’economista Harold Demsetz definiva questo tipo di errore «fallacia nirvanica»: la realtà non viene confrontata con un’altra realtà, ma con un ideale irraggiungibile. E poiché la realtà perde sempre il confronto con l’ideale, ogni paragone viene dichiarato privo di senso. La propaganda sfrutta questo meccanismo costruendo essa stessa un ideale immaginario, attribuendolo ai propri oppositori e poi demolendolo con facilità.

 

Lev Gudkov* scrive da molti anni della «identità negativa» dell’uomo post-sovietico, di un «noi» collettivo che non si definisce attraverso i propri risultati e valori, ma contrapponendosi a un «loro» esterno. Un’identità del genere non ha bisogno di essere buona. Le basta che gli altri non siano migliori. Per questo ogni smascheramento delle imperfezioni altrui viene percepito come una prova della propria ragione.

 

Ma nessuna persona ragionevole sostiene che esista da qualche parte uno Stato perfetto. Tutto ciò che è vivo è, per definizione, imperfetto. Ovunque ci sono problemi e ovunque le persone affrontano difficoltà di diversa entità. La questione non è mai stata se gli altri siano perfetti oppure no. La questione è come una società reagisce ai propri problemi: li riconosce? È possibile parlarne? Cerca di risolverli? Il mito di un ideale da cui poi prendere le distanze può essere imposto soltanto dove le persone hanno difficoltà a conoscere direttamente la vita degli altri e dove parlare dei propri problemi è punibile.

 

La svalutazione della vita umana

Paradossalmente, la svalutazione della vita umana si è trasformata nella sua cinica monetizzazione. La propaganda sfrutta abilmente le concezioni patriarcali secondo cui l’uomo dovrebbe essere il «principale sostegno economico della famiglia». In questo sistema di valori, dunque, egli provvede alla protezione soprattutto attraverso il denaro. Sotto i nostri occhi è nata una spaventosa aritmetica sociale, nella quale un uomo morto o mutilato vale più di uno vivo. La morte diventa un ascensore sociale e un modo per estinguere i debiti, mentre una tragedia umana si trasforma in una transazione bancaria.

La sociologa Viviana Zelizer ha mostrato come, nelle società occidentali tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, la vita dei bambini sia progressivamente diventata inestimabile, sottratta alla sfera dei calcoli di mercato. Fu un’importante rivoluzione morale. In Russia oggi è in corso il processo inverso: la vita di un uomo adulto riceve un prezzo.

L’economista Vladislav Inozemtsev* ha coniato per questo fenomeno il termine «economia della morte» (smertonomika): nelle regioni più povere, i risarcimenti per la morte al fronte sono diventati una delle forme più accessibili di ascesa sociale, tanto che la morte si trasforma in un affare conveniente e scompare il confine stesso tra sacrificio e guadagno.

La normalizzazione della catastrofe

 

Un’altra vittoria della propaganda consiste nell’inculcare l’idea che una vita senza guerre sia impossibile. Il processo storico viene presentato come una successione infinita di conflitti: «Le guerre ci sono sempre state».

 

Questo semplice espediente logico cancella il concetto stesso di sviluppo umano. Se le guerre ci sono sempre state, allora anche le attuali operazioni militari sono soltanto un’altra inevitabilità. Significa che «non poteva essere altrimenti» e che «se non avessimo attaccato noi, avrebbero attaccato loro».

 

Alle persone viene sottratta la fiducia nel fatto che una vita pacifica e la ricerca di condizioni migliori possano essere una norma raggiungibile, e non un’anomalia storica. La società viene impregnata di idee fatalistiche e si rassegna all’idea che nulla dipenda dall’individuo.

 

Peter Berger e Thomas Luckmann hanno definito questo meccanismo «reificazione»: fenomeni sociali creati dagli esseri umani e dipendenti dalle loro decisioni cominciano a essere percepiti come fatti naturali, come il tempo atmosferico o l’alternarsi delle stagioni. Con il tempo non si discute. Se la guerra è qualcosa che semplicemente «succede», allora non ha senso chiedersi se si sarebbe potuto evitare di iniziarla.

 

Zygmunt Bauman, nel libro Modernità e Olocausto, ha descritto il processo di «adiaforizzazione», attraverso il quale determinate azioni vengono sottratte alla valutazione morale e diventano «neutrali». La normalizzazione delle guerre funziona proprio così. Dal fatto che il male esista da sempre si deduce che sia inevitabile e quindi accettabile. Con la stessa logica si potrebbe giustificare qualsiasi crimine: anche gli omicidi, dopotutto, si verificano in ogni epoca. E insieme alla valutazione morale scompare anche il desiderio di migliorare le cose. Se una vita senza guerre è impossibile, allora è inutile persino provare a cambiare qualcosa.

 

La marginalizzazione del bene

Insieme al fatalismo, la propaganda impone un cinismo totale. Riesce magistralmente a svilire qualsiasi valore idealistico e umanistico. Gli appelli alla pace nel mondo, il valore della vita umana, l’empatia e la misericordia cominciano a essere percepiti come appannaggio di «poveri disgraziati», ingenui sciocchi o ipocriti.

 

Se parlate di salvare vite umane o dell’inammissibilità della violenza, agli occhi di questa nuova normalità sembrate degli eccentrici. Il sistema ha messo al primo posto il denaro, la brutalità e il guadagno materiale a ogni costo; tutto il resto è stato liquidato come «favole per idioti».

 

Ronald Inglehart, ideatore della World Values Survey, distingueva tra «valori di sopravvivenza» e «valori di autoespressione». I primi prevalgono dove le persone percepiscono minacce e instabilità: al primo posto ci sono la sicurezza materiale, la diffidenza verso gli estranei e la sottomissione alla forza. I secondi emergono quando i bisogni fondamentali sono soddisfatti e le persone cominciano ad attribuire valore alla libertà, alla partecipazione e alla solidarietà. In queste ricerche la Russia si colloca stabilmente più vicino al polo dei valori di sopravvivenza. La propaganda non ha creato questa caratteristica, ma la consolida e trasforma in norma l’idea che preoccuparsi di qualcosa che vada oltre il proprio portafoglio sia un segno di ingenuità.

 

Se il successo materiale è il valore supremo, allora lo si può perseguire con qualsiasi mezzo. Se il denaro è l’unico valore indiscutibile, anche le operazioni militari diventano uno dei modi per guadagnarlo.

 

È significativo che gli ideali sovietici, ai quali la retorica ufficiale ama tanto richiamarsi, vengano nel frattempo accuratamente svuotati d significato. La pace nel mondo, l’amicizia tra i popoli e il valore del lavoro si sono trasformati in una scenografia, mentre chi li prende sul serio appare come uno stravagante. Peter Sloterdijk ha definito questa condizione «falsa coscienza illuminata»: le persone vedono perfettamente che gli slogan sono vuoti, ma continuano ad agire come se non lo sapessero. Il cinismo diventa un modo per sopravvivere all’interno del sistema.

 

Hannah Arendt, ne Le origini del totalitarismo, osservava che il suddito ideale della propaganda totalitaria non è un fanatico convinto, ma una persona che crede contemporaneamente a tutto e a niente e ritiene che tutto sia possibile e nulla sia vero. Jurij Levada descriveva l’«uomo scaltro», che ha imparato a vivere nel bispensiero e ad adattarsi a qualsiasi potere senza investire nulla nelle proprie convinzioni.

 

In sostanza, la propaganda forma una società disabituata a collegare i propri giudizi morali alle proprie azioni. Disabitua le persone a credere nella rettitudine del mondo, nell’esistenza di standard elevati e di ideali, perché tutti mentono, la vita umana è una merce e il bene è una forma di ingenuità e stupidità.

 

Alle autorità non serve che tutti credano con fervore nella necessità delle guerre. È sufficiente che nessuno creda più in niente: né nella possibilità di vivere diversamente, né nel fatto che la propria coscienza conti più del cattivo esempio altrui, né nella superiorità della pace sulla guerra.

 

Un oppositore convinto può essere persuaso a cambiare idea, ma con i cinici è più difficile: non hanno nulla da riconsiderare, perché non hanno mai creduto davvero in niente. Ripristinare la fiducia nei fatti può essere relativamente rapido. Ripristinare la capacità di formulare giudizi morali, di arrivare al semplice pensiero «io non mi comporterò così, anche se gli altri lo fanno», è molto più difficile”.

 

                Anna Kuleshova, sociologa

(dal logbook di Carlo Romeo)

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