Sabato 18 luglio 2026
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Partitocrazia, rottamazione e dintorni

Articolo · Alessandro Gallucci ·
Il Parlamento non rappresenta più i cittadini che non possono scegliere il candidato, ma solo il simbolo del partito. La Costituzione non è applicata. I partiti si sono sostituiti alla volontà popolare e sottratti al suo controllo e giudizio.
Questo l’incipit del programma del Movimento cinque stelle. Una delle soluzioni, ossia un punto del programma è la riduzione a due mandati per i parlamentari e per qualunque altra carica pubblica.
Lo statuto del Partito democratico, ossia una norma già in vigore nell’ambito di quel partito, specifica che non è ricandidabile da parte del Pd per la carica di componente del Parlamento nazionale ed europeo chi ha ricoperto detta carica per la durata di tre mandati. Abbiamo imparato a capire in questi giorni che come al solito la regola ha delle eccezioni che sono in realtà la vera regola.
Vien da pensare che se la buona politica stesse tutta nel numero dei mandati fissati per legge (massimo due al massimo tre), al prossimo giro Ichino dovrebbe restare a casa mentre molti deputati (si pensi a Scilipoti, Calearo e altri novellini) potrebbero proseguire nel loro alacre lavoro nell’interesse della nazione. La questione della longevità politica di molti personaggi è seria nella misura in cui il loro impegno non è indirizzato a favore della collettività ma si trasforma in un mero accaparramento di posizioni di potere. E se una persona, invece, tenesse davvero a cuore il benessere generale? Se questa tanto invocata legge fosse esistita da sempre, Sandro Pertini – per prendere uno tra i più amati politici con svariate legislature sul groppone – forse non sarebbe mai diventato Presidente della Repubblica (istituzione da sempre rappresentata da persone che la politica la bazzicano da anni). Quindi, vale la pena domandarsi: perché compiangere un professionista della politica? No, limitare i mandati non serve a nulla. I limiti al numero dei mandati sono dei palliativi, gli escamotages li abbiamo ben presenti in tante realtà in cui i vice-sindaci sono sindaci e i sindaci delle teste di legno. Con buona pace del rispetto delle istituzioni!
Poi c’è il tema della preferenze. Come se bastasse scrivere un nome sulla scheda elettorale per aver risolto la crisi di rappresentatività delle istituzioni. Pure qui il discorso è complicato. Certo, sarebbe auspicabile che il candidato fosse votato dai cittadini e non posizionato su di una griglia dai dirigenti più o meno illuminati dei vari partiti. Ciò sarebbe sufficiente? E se il partito decidesse di escludere un “pezzo grosso”, di non consentirgli di entrare nelle sue liste, questo avrebbe diritto, in senso lato, di candidarsi in un altro partito per dimostrare il proprio “feeling” con l’elettorato senza essere tacciato di trasformismo?
La dittatura partitocratica si supera con formule nuove di rappresentanza che non possono prescindere da centri di aggregazione (come i partiti) ma che devono consentire percorsi partecipativi meno mediati. Perché il famoso Pinco Pallino, dando le idonee garanzie di serietà, non può senza partiti e apparati alle spalle, presentarsi alle elezioni per essere eletto?
Si fa sempre più strada, poi, la necessità di ridurre il numero dei parlamentari. Troppi, troppo pagati e nullafacenti. Per questo vanno ridotti o sarebbe meglio sostituiti? 200.000 persone sono rappresentate in modo migliore da uno, due o tre parlamentari? Nessuno s’è mai sognato chiedere la diminuzione del numero di chiese cattoliche nei Paesi in cui sono emersi casi di pedofilia tra i preti. I più coraggiosi, che poi sono risultati essere i più ragionevoli, hanno chiesto l’allontanamento e la punizione dei responsabili.
In questo magma ingestibile pare che le soluzioni buone siano solamente finalizzate a disarcionare una vecchia generazione (rottamare la classe dirigente, per chi vuol essere 'à la page') per sostituirla con una più giovane. Verificare se il più giovane è davvero più bravo del più anziano non è necessario. Il giovanilismo, come tutti gli “-ismi”, è una degenerazione di un’esigenza reale, una chimera ma certamente non è un obiettivo da auspicare.
La soluzione non sta nella formulazione di proposte preconfezionate da contrapporre a quelle esistenti. Entrambe hanno lo stesso minimo comune denominatore, vale a dire gestione del potere finalizzata al mantenimento della posizione di potere. Trovare una soluzione realmente differente vuol dire prima d’ogni cosa ammettere di non avere soluzione pronte all’uso e mettersi alla ricerca comune di esigenze, valori e morali realmente condivise. Cambiare vuol dire andare tutti insieme nella direzione sperata da ognuno; quella della felicità. Come iniziamo?
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