Lunedì 12 ottobre 2026
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Il petrolio accende la miccia, i debiti sovrani fanno esplodere i conti

Articolo · Redazione ·

Il rialzo dei rendimenti dei titoli di Stato mette a nudo la fragilità dei conti pubblici delle maggiori economie. Lo shock energetico è soltanto l’innesco: debito, inflazione e nuove esigenze di investimento restringono i margini dei governi. Per convincere i mercati non bastano gli interventi delle banche centrali: servono programmi politici credibili e scelte di bilancio ormai improrogabili.

 

La tempesta sui titoli di Stato delle maggiori economie mondiali è iniziata con i costi dell’energia. Vero, ma il barile a cento dollari non è stato che l’innesco di un incendio che si è propagato su un materiale assai più infiammabile: il debito pubblico. Bond Usa a 30 anni che raggiungono il record dal 2002, Giappone ai massimi da tre decenni, Europa in bilico su Francia e Italia con spread di Oat e Btp nuovamente in forte risalita.

 

Le banche centrali corrono a spegnere l’incendio alzando i tassi, ma il getto dei loro idranti arriva alle scadenze di breve termine del debito, meno di due o tre anni. A convincere gli investitori a finanziare il futuro della spesa pubblica a dieci anni e oltre ci devono pensare i mercati.

 

Per il momento, la risposta degli investitori è chiara: si chiama term premium ed è il compenso aggiuntivo per finanziare Stati molto indebitati. Per assumersi i molteplici rischi che ci sono nel corso della vita di un bond, dall’inflazione all’instabilità politica, occorre una prospettiva di guadagno molto più alta di quanto sia stata nel recente passato.

 

Le tensioni prodotte dalla miscela esplosiva di questa delicata fase (shock energetici, inflazione e rialzo dei rendimenti) si scaricano sulle politiche di bilancio e chiamano i governi a scelte difficili. Anzi, improrogabili. Lo dice la presidente del FMI Kristalina Georgieva nelle dichiarazioni preparatorie alla riunione annuale del Fondo che si terrà a Bangkok, in Thailandia, dal 12 al 16 ottobre.

 

Il debito pubblico globale è destinato a superare presto il 100% del Pil. Il FMI aveva stimato un aumento del Pil mondiale del 3% nel 2026 e del 3,4% nel 2027, abbastanza in linea con le previsioni di aprile, ma sotto la media del 3,5% registrata nel 2024-25.

 

In questo difficile 2026, “l’economia globale – dice la numero uno del Fondo – è tirata in due direzioni opposte: lo shock negativo dell’offerta di energia e lo shock positivo della domanda, derivante dall’intelligenza artificiale”.

 

E poi ci sono le guerre, aggiungiamo noi, sulla cui prima linea ci sono le economie avanzate. Tutte indistintamente alle prese con l’inflazione, sul cui rialzo si concentrano tutti i fattori chiave della partita: carburanti, alimentari, spese per il riarmo, tariffe doganali e una domanda ai massimi per l’intelligenza artificiale.

 

Il FMI fa il suo lavoro e perciò benedice le strette varate da Federal Reserve, Bce e Banca del Giappone. Ma, come dicevamo, gli idranti dei pompieri centrali non arrivano lontano.

I mercati richiedono progetti chiari e sostenibili su tre grandi temi legati agli investimenti del prossimo decennio: aumento del fabbisogno energetico collegato al boom dell’intelligenza artificiale, rafforzamento dei programmi di difesa del continente europeo, modernizzazione delle infrastrutture.

 

La sfida a cui sono chiamati a rispondere i governi dei paesi indebitati è basata sul calcolo di una frazione economica al cui numeratore si trova la somma degli investimenti e al denominatore il costo di mantenimento degli standard attuali del welfare state.

 

Ma come ricostruire spazi di manovra fiscale? Come trovare, cioè, un margine entro cui un governo può modificare le tasse o la spesa pubblica senza violare i vincoli di bilancio, per non far esplodere il debito pubblico?

 

Negli anni precedenti, con i tassi vicini allo zero, i paesi maggiormente indebitati riuscivano a convincere gli investitori che la traiettoria dei conti pubblici era sotto controllo. Lo spazio fiscale veniva quindi aperto con il risultato di rimandare i tagli alla spesa e aumentare in modo incontrollato il debito. Vale per gli Stati Uniti e per i paesi europei non “frugali”, a differenza di quelli “frugali”, come Germania e Paesi Bassi.

 

Negli ultimi quindici anni, malgrado la generosità dei prestatori in Europa e la fede globale sempiterna nel dollaro in Usa, i deficit e la spesa per interessi sono esplosi.

 

L’aumento della spesa per interessi, la voce contabile killer dell’avanzo primario (la differenza tra entrate e spese dello Stato prima di pagare gli interessi sul debito), arriva così in un momento di rigidi vincoli di bilancio e priorità di spesa concorrenti.

 

In questo scenario, una pletora di osservatori economici con le molotov nello zaino invoca la tempesta perfetta ed è pronta a dare l’assalto, online, agli ultimi bastioni del neoliberismo e poi spedire in Siberia il Ceo di BlackRock. I bramini della redistribuzione economica e del ritorno all’aratro attendono fiduciosi l’implosione del capitalismo.

 

Catastrofisti e buontemponi a parte, la domanda è lecita: quanto può durare la tempesta?

L’unico orizzonte temporale che si intravede è quello elettorale: a brevissimo negli Stati Uniti, seppure in forma parziale di midterm, ma di grande impatto (e contagio) per il resto del mondo; a breve nell’Unione europea, dove si attendono gli esiti di elezioni in 10 paesi membri UE, con Francia e Italia considerate da molti analisti “too big to fail”.

 

Il che non esclude che le loro sorti siano direttamente collegate all’esistenza dell’Unione europea per come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi (27 membri, Maastricht e 3%). Per il debito Usa, invece, c’è anche un aspetto speculativo da parte degli hedge fund, che tanti pensano stiano smontando posizioni e vendendo titoli di Stato.

 

Resta il punto centrale che emerge dalle analisi del FMI, ovvero che riportare sotto controllo il debito pubblico non è più rinviabile. Il rapporto della Georgieva osserva che, seppure nella tempesta, “i mercati obbligazionari sono ancora ordinati e soprattutto non c’è la mancanza di liquidità del 2008 (credit crunch)”.

 

Quello che manca, quindi, non sono i soldi, ma programmi politici realistici e perciò credibili per il mercato.

 

(Valerio Sale su Inoltre del 11/10/2026)

 

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