Solo un genio del male poteva abolire il bollo auto in questo modo
C’è qualcosa di profondamente sbagliato nell’idea di abolire il bollo auto per trasformarla nell’ennesima promessa elettorale. Non perché il bollo sia una tassa amata — tutt’altro — ma perché una politica pubblica non si giudica dal fastidio che rimuove, bensì dagli effetti complessivi che produce.
La misura approvata dal Consiglio dei ministri riguarda dal 2027 le automobili fino a 80 kW e tutti i motocicli, con un costo stimato tra 2,3 e 2,5 miliardi di euro. Per ora si tratta di un’esenzione prevista per un solo anno, non di un’abolizione definitiva.
Il bollo è una tassa regionale. Il suo gettito finanzia i bilanci delle Regioni e delle Province autonome. Nel 2022 le entrate hanno raggiunto circa 7,17 miliardi di euro. Se lo Stato cancella una parte di questa entrata, le Regioni devono essere compensate. I fondi stanziati, però, non arrivano dal nulla, ma vengono dal bilancio pubblico, cioè dalla fiscalità generale, dal debito o dalla rinuncia ad altri interventi. Il cittadino potrà forse risparmiare sul bollo, ma pagherà indirettamente il costo della misura attraverso minori servizi, nuove imposte (per forza!) o maggiore indebitamento. Non è una riduzione magica della pressione fiscale. È uno spostamento dei conti.
Il bollo presenta difetti evidenti. È legato al possesso e non all’effettivo utilizzo dell’auto, colpisce anche chi percorre pochi chilometri e non tiene sempre conto della situazione economica del proprietario. Questi problemi avrebbero dovuto condurre a una riforma, non a una cancellazione indistinta. Si potevano prevedere agevolazioni per le famiglie in difficoltà, per le persone con disabilità, per chi vive in territori privi di trasporto pubblico o per chi possiede veicoli meno inquinanti.
L’esenzione senza limiti di reddito, invece, rischia di assegnare lo stesso beneficio a chi usa l’automobile per necessità e a chi potrebbe tranquillamente sostenerne il costo. E magari le auto piccole sono della moglie di un notaio o di un facoltoso commerciante. Dov’è l’equità?
La decisione è discutibile anche dal punto di vista ambientale. L’esenzione riguarderà soprattutto una larga parte del parco automobilistico tradizionale e rafforzerà l’idea che possedere un veicolo privato debba essere fiscalmente premiato. In un Paese che dovrebbe ridurre traffico, emissioni e dipendenza dall’automobile, si potevano finanziare abbonamenti al trasporto pubblico, collegamenti nelle periferie, mobilità studentesca e incentivi per sostituire i veicoli più inquinanti.
Il danno più grave, tuttavia, è civico. L’abolizione del bollo trasmette l’idea che ogni tassa sia un sopruso e che governare significhi semplicemente cancellare ciò che i cittadini detestano. Le tasse possono essere ingiuste, sproporzionate o mal gestite. In quel caso vanno riformate e controllate. Ma presentarle sempre come un furto significa distruggere la consapevolezza del rapporto tra entrate pubbliche e servizi collettivi.
Definire il promotore della misura un “genio del male” è senza dubbio polemico, ma non del tutto ingiustificato. L’operazione è politicamente astuta perché tutti vedono il risparmio annuale, mentre pochi vedono il trasferimento di costi alle Regioni e alla fiscalità generale.
È una politica del sollievo immediato, non della soluzione. Non affronta i problemi della mobilità italiana, trasporto pubblico insufficiente, strade maltenute, sicurezza, inquinamento e disuguaglianze territoriali. Il bollo avrebbe bisogno di una riforma in vista di più equità, maggiore attenzione alle emissioni, esenzioni mirate e destinazione trasparente delle entrate alla manutenzione e al trasporto pubblico. Abolirlo senza una strategia significa premiare il possesso dell’automobile, indebolire i bilanci regionali e alimentare l’illusione che i servizi pubblici possano essere finanziati senza risorse.
Non è riformismo. È populismo fiscale con il conto rinviato a domani.