Urge legiferare sull'eutanasia
Da medico curante di Chantal Sebire, partecipo al suo trattamento sanitario, in collaborazione con un'equipe curante dell'ospedalizzazione a domicilio (HAD). Il mio ruolo in collaborazione con l'equipe medica dell'HAD e' l'attivazione delle cure palliative al domicilio della paziente. Cure infermieristiche, ausiliarie di vita, presa in carico sanitaria delle complicazioni fisiche dovute alla malattia che evolve, prescrizione di medicinali, in particolare contro il dolore, tentano di rendere sopportabile il quotidiano. E poi, bisogna saper ascoltare, nel rispetto delle decisioni della paziente, vigilando sempre che sia salvaguardata la dignita' della malata e dando sostegno all'entourage.
Affetta da malattia incurabile, evolutiva, con conseguenze fisiche terribili, di grandi sofferenze, che sta per mettere rapidamente in gioco il suo pronostico vitale, Chantal desidera far evolvere la legislazione in modo che una legge autorizzi i malati colpiti da una malattia incurabile, evolutiva, dolorosa, a morire degnamente. Morire degnamente non e' lasciar andare la malattia fino al suo "termine", trainante verso il degrado fisico piu' abominevole, con il o la paziente sotto sedazione, addormentato(a), ossia indotto(a) in coma farmacologico, coma che puo' durare numerose ore e persino diversi giorni, con il medico prescrittore che vigila affinche' non si superi mai la dose letale per non abbreviare la vita o accelerare la morte. La fine della nostra vita e' un momento eterno per colui che se ne va e per la medicina che deve accompagnarlo. Aspettare la morte puo' essere una scelta, ma certamente non un obbligo. La legge Leonetti del 2005 ha permesso un'evoluzione nella gestione del fine vita, soprattutto per i malati dipendenti da cure mediche spesso gravose, talvolta tenuti in vita artificialmente, ma non ha assolutamente risposto al problema dell'eutanasia, che concerne il piu' sovente pazienti pienamente consapevoli. La nostra societa' deve riflettere, interrogarsi su quel che e' la fine di una vita, fino dove abbiamo familiarizzato con il problema della dipartita di parenti o prossimi. Secondo un membro dell'Associazione per lo sviluppo delle cure palliative, "nel 95% dei casi, un paziente cessa di chiedere l'eutanasia dopo essere stato trasferito in un'unita' di cure palliative". Cio' conferma che la nostra societa' e il corpo medico nel suo insieme hanno preso coscienza della gravita', dell'estensione del problema e che alla fine ci facciamo per lo piu' carico dei fine vita. Lungi da me l'idea di opporre fine vita ed eutanasia. Ma queste cifre significano anche che il 5% di quei pazienti mantiene il proprio desiderio d'eutanasia. Il tema e' grave, degno di rispetto, e chiama a un dibattito politico e cittadino al fine di colmare il vuoto giuridico esistente.
Emmanuel Debost, medico
(Le Monde online del 18 marzo 2008)
Affetta da malattia incurabile, evolutiva, con conseguenze fisiche terribili, di grandi sofferenze, che sta per mettere rapidamente in gioco il suo pronostico vitale, Chantal desidera far evolvere la legislazione in modo che una legge autorizzi i malati colpiti da una malattia incurabile, evolutiva, dolorosa, a morire degnamente. Morire degnamente non e' lasciar andare la malattia fino al suo "termine", trainante verso il degrado fisico piu' abominevole, con il o la paziente sotto sedazione, addormentato(a), ossia indotto(a) in coma farmacologico, coma che puo' durare numerose ore e persino diversi giorni, con il medico prescrittore che vigila affinche' non si superi mai la dose letale per non abbreviare la vita o accelerare la morte. La fine della nostra vita e' un momento eterno per colui che se ne va e per la medicina che deve accompagnarlo. Aspettare la morte puo' essere una scelta, ma certamente non un obbligo. La legge Leonetti del 2005 ha permesso un'evoluzione nella gestione del fine vita, soprattutto per i malati dipendenti da cure mediche spesso gravose, talvolta tenuti in vita artificialmente, ma non ha assolutamente risposto al problema dell'eutanasia, che concerne il piu' sovente pazienti pienamente consapevoli. La nostra societa' deve riflettere, interrogarsi su quel che e' la fine di una vita, fino dove abbiamo familiarizzato con il problema della dipartita di parenti o prossimi. Secondo un membro dell'Associazione per lo sviluppo delle cure palliative, "nel 95% dei casi, un paziente cessa di chiedere l'eutanasia dopo essere stato trasferito in un'unita' di cure palliative". Cio' conferma che la nostra societa' e il corpo medico nel suo insieme hanno preso coscienza della gravita', dell'estensione del problema e che alla fine ci facciamo per lo piu' carico dei fine vita. Lungi da me l'idea di opporre fine vita ed eutanasia. Ma queste cifre significano anche che il 5% di quei pazienti mantiene il proprio desiderio d'eutanasia. Il tema e' grave, degno di rispetto, e chiama a un dibattito politico e cittadino al fine di colmare il vuoto giuridico esistente.
Emmanuel Debost, medico
(Le Monde online del 18 marzo 2008)
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