ABORTI CLANDESTINI E IMMIGRATE
STORIE DI ORDINARIA FOLLIA NEL PAESE DELL'ABORTO DIFFICILE E CLASSISTA.
CAMBIARE LA LEGGE, DATATA RISPETTO ALLE MUTATE ESIGENZE ED EMERGENZE
Firenze, 16 marzo 2002. La polizia di Torino ha sequestrato un appartamento attrezzato per praticare aborti clandestini, gestito da una prostituta albanese clandestina. Situato nel centro della citta', la polizia, dai primi accertamenti, presume che fosse un punto di riferimento per giovani prostitute immigrate, sempre albanesi.
Interviene il presidente dell'Aduc, Vincenzo Donvito.
Che nel 2002, nell'Europa della moneta unica e delle frontiere non piu' tali, dobbiamo ancora occuparci di questi drammi, e' quantomeno una situazione che dovrebbe far riflettere il legislatore. Perche', se qualcuno non lo avesse capito, situazioni come questa sono frutto della legge italiana sulla interruzione di gravidanza. Quella legge che pone il limite di tre mesi entro cui praticare l'aborto, oltre al possesso di un certificato medico che attesti la volonta' del medico a consentire l'aborto alla sua paziente, nonche' il divieto di fare questi interventi in strutture private non convenzionate col servizio sanitario pubblico. In genere, specialmente per questo ultimo aspetto, vengono contrapposte fior fiore di teorie e ideologie che portano a considerare fondamentale per la salute e per i diritti dell'abortiente che l'intervento sia praticato sotto l'egida del Ssn. Ma puntualmente arrivano situazioni e fatti come quello dell'appartamento torinese che smentiscono questa sorta di talmud, e sbattono in faccia ai vari ideologici i corpi disperati, non a caso, dei piu' deboli e degli ultimi della nostra societa', in questo caso le prostitute clandestine extra-comunitarie.
Certamente se queste ragazze si fossero rivolte ad un medico o ad un ambulatorio, prima o poi, avrebbero avuto un certificato medico che avrebbe loro consentito di interrompere la gravidanza non desiderata. Ma dove sarebbero andate a fare l'intervento? In un ospedale pubblico, col logico dovere di quest'ultimo di segnalare all'autorita' l'abortiente clandestina, segnando di fatto il suo documento di espulsione? Certamente per l'ospedale c'e' anche la possibilita' di procedere prima all'intervento e poi agli aspetti "burocratici" (per cui nel frattempo la clandestina puo' anche sparire), ma bisogna giustificare la necessita' di un intervento d'urgenza che, probabilmente, solo una donna che arriva in sangue dopo aver tentato un aborto provocato, potrebbe giustificare? Sono situazioni civili, considerando la salute dell'individuo al primo posto? Non ci sembra. Ma ci sembrano, invece, retaggio della legge italiana sull'aborto: da una parte ha quasi eliminato il fenomeno dell'aborto clandestino, ma dall'altro -viste le nuove realta' umane che quando fu approvata la legge negli anni '970 non c'erano od erano molto limitate- non e' in grado di far fronte alle nuove emergenze.
Qualcuno potra' ancora attorcigliarsi sulla liceita' o meno del diritto all'interruzione di gravidanza. E' bene che lo faccia se ne e' convinto. Ma la legge c'e', confermata anche dagli italiani con un referendum. E se si vuole che non sia solo un simulacro della routine abortiva, ma uno strumento di salvaguardia sanitaria per chi -volente o nolente l'autorita' e la legge- di fatto usufruisce dei servizi della nostra societa', bisogna che sia in grado di rispondere ad ogni esigenza.
O forse c'e' qualcuno che vuole procrastinare l'aborto classista, cioe' quello per donne buone e brave (legale) e quello per le donne cattive, extracomunitarie e prostitute (illegale)?
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