LA FREGATURA
DELLE NUOVE ETICHETTE DELL’OLIO D’OLIVA
BLOCCARE LE NUOVE NORME IN VIGORE DAL PROSSIMO 1 NOVEMBRE
APPELLO AGLI ELETTI ITALIANI AL PARLAMENTO EUROPEO
Firenze, 12 ottobre 2002. Il prossimo 1 Novembre entrera’ in vigore il nuovo regolamento Ue sull’olio d’oliva. Pur con un periodo di transizione di un anno, che consentira’ l’uso delle attuali etichette e degli attuali recipienti, ci sono una serie di innovazioni che, nello spirito del legislatore, dovrebbero aiutare i consumatori nella scelta e rendere piu’ sicuro e garantito il prodotto.
E usiamo il condizionale perche’ proprio cosi’ non e’.
Alla base di questo dubbio c’e’ una condizione base che non viene garantita: l’origine. Infatti non e’ previsto l’obbligo di indicare in etichetta l’origine dell’olio. Mentre si da’ importanza al divieto di vendita del prodotto sfuso e all’obbligo di venderlo in contenitori di massimo 5 litri: norme che non garantiscono un risultato di qualita’, ma solo un ostacolo in piu’ alla commercializzazione e al contenimento dei costi, specialmente per chi ha la consuetudine e la convenienza di acquistare in certe quantita’ direttamente dal produttore o dal frantoio: un metodo tutt’altro che marginale per piccoli e grandi consumatori (si pensi, per esempio ai ristoranti che, dovendo pagare prezzi piu’ alti per i maggiori costi di confezionamento, non potranno non far ricadere questo aumento sui loro clienti). Su questo ultimo aspetto la Confederazione Italiana Agricoltori –in ritardo- si sta muovendo in questi giorni, chiedendo il rinvio di un anno della norma. Mentre, gia’ quando venne approvata la norma nello scorso giugno, la Coldiretti ebbe modo di manifestare tutti i suoi dubbi sulla mancanza dell’indicazione dell’origine in etichetta.
Nonostante questo, e nonostante stiamo parlando di un prodotto alimentare tutt’altro che marginale a tutti i livelli delle catene di produzione e di consumo, come se nulla fosse ci stiamo infilando in questo tunnel, di fatto rinviando a chissa’ quando un aggiustamento normativo che possa soddisfare produttori e consumatori.
La mancanza di indicazione d‘origine e’ un fatto molto grave, in era di globalizzazione dei mercati, e quindi di scambi commerciali extra-Ue facilitati da norme economiche sempre meno onerose. Con l’aggiunta di una beffa che sa di raggiro. Infatti sulle etichette si potra’ indicare "made in Italy", quando un quarto dell’olio li’ confezionato potra’ essere spagnolo, greco, marocchino, tunisino, algerino o turco. A parte la qualita’ organolettica, quali controlli sui pesticidi vengono effettuati nei Paesi nordafricani?
Sembra proprio che ci sia un’approssimazione della norma, e la sciatteria di chi l’ha concepita, che potra’ solo farci male in tutti i sensi: qualitativamente, sanitariamente ed economicamente.
Per questo motivo abbiamo deciso di inviare la seguente nota a tutti i parlamentari italiani eletti nel Parlamento Europeo, perche’ facciano tutto cio’ che e’ il loro potere per far valere queste evidenze, che se non sono tali anche per loro come per produttori e consumatori, non possiamo che pensare che "gatta ci cova".
BLOCCARE LE NUOVE NORME IN VIGORE DAL PROSSIMO 1 NOVEMBRE
APPELLO AGLI ELETTI ITALIANI AL PARLAMENTO EUROPEO
Firenze, 12 ottobre 2002. Il prossimo 1 Novembre entrera’ in vigore il nuovo regolamento Ue sull’olio d’oliva. Pur con un periodo di transizione di un anno, che consentira’ l’uso delle attuali etichette e degli attuali recipienti, ci sono una serie di innovazioni che, nello spirito del legislatore, dovrebbero aiutare i consumatori nella scelta e rendere piu’ sicuro e garantito il prodotto.
E usiamo il condizionale perche’ proprio cosi’ non e’.
Alla base di questo dubbio c’e’ una condizione base che non viene garantita: l’origine. Infatti non e’ previsto l’obbligo di indicare in etichetta l’origine dell’olio. Mentre si da’ importanza al divieto di vendita del prodotto sfuso e all’obbligo di venderlo in contenitori di massimo 5 litri: norme che non garantiscono un risultato di qualita’, ma solo un ostacolo in piu’ alla commercializzazione e al contenimento dei costi, specialmente per chi ha la consuetudine e la convenienza di acquistare in certe quantita’ direttamente dal produttore o dal frantoio: un metodo tutt’altro che marginale per piccoli e grandi consumatori (si pensi, per esempio ai ristoranti che, dovendo pagare prezzi piu’ alti per i maggiori costi di confezionamento, non potranno non far ricadere questo aumento sui loro clienti). Su questo ultimo aspetto la Confederazione Italiana Agricoltori –in ritardo- si sta muovendo in questi giorni, chiedendo il rinvio di un anno della norma. Mentre, gia’ quando venne approvata la norma nello scorso giugno, la Coldiretti ebbe modo di manifestare tutti i suoi dubbi sulla mancanza dell’indicazione dell’origine in etichetta.
Nonostante questo, e nonostante stiamo parlando di un prodotto alimentare tutt’altro che marginale a tutti i livelli delle catene di produzione e di consumo, come se nulla fosse ci stiamo infilando in questo tunnel, di fatto rinviando a chissa’ quando un aggiustamento normativo che possa soddisfare produttori e consumatori.
La mancanza di indicazione d‘origine e’ un fatto molto grave, in era di globalizzazione dei mercati, e quindi di scambi commerciali extra-Ue facilitati da norme economiche sempre meno onerose. Con l’aggiunta di una beffa che sa di raggiro. Infatti sulle etichette si potra’ indicare "made in Italy", quando un quarto dell’olio li’ confezionato potra’ essere spagnolo, greco, marocchino, tunisino, algerino o turco. A parte la qualita’ organolettica, quali controlli sui pesticidi vengono effettuati nei Paesi nordafricani?
Sembra proprio che ci sia un’approssimazione della norma, e la sciatteria di chi l’ha concepita, che potra’ solo farci male in tutti i sensi: qualitativamente, sanitariamente ed economicamente.
Per questo motivo abbiamo deciso di inviare la seguente nota a tutti i parlamentari italiani eletti nel Parlamento Europeo, perche’ facciano tutto cio’ che e’ il loro potere per far valere queste evidenze, che se non sono tali anche per loro come per produttori e consumatori, non possiamo che pensare che "gatta ci cova".
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