Meno dell'1% del risparmio italiano è investito in quotate domestiche: studio
Il rapporto presentato da Aipb e Casmef Luiss mette in luce il paradosso del risparmio italiano, in cui il risparmio non riesce a raggiungere l'economia reale.
In Italia si registra un disallineamento tra patrimonio privato ed economia reale, definito paradosso del risparmio. A fronte di attività finanziarie detenute dalle famiglie pari a 6.488 miliardi di euro, circa 1.600 miliardi restano depositati in forma liquida sui conti correnti. Meno dello 0,7% di questa ricchezza è investito in azioni quotate domestiche. La dinamica è influenzata da una marcata avversione al rischio, con il 63% dei risparmiatori orientato alla protezione del capitale e il 15% interessato al rendimento di lungo periodo. A ciò si aggiunge l’effetto di spiazzamento esercitato dal debito pubblico, evidenziato da un incremento del 47% dei titoli di Stato retail tra il 2018 e il 2024.
Lo rileva Aipb, l’Associazione Italiana Private Banking e il Centro Arcelli per gli Studi Monetari e Finanziari (Casmef) della Luiss, che hanno presentato a Roma il primo rapporto integrato sulla ricchezza finanziaria delle famiglie e il fabbisogno di capitale del sistema produttivo. L’evento ha visto la partecipazione di esponenti istituzionali e accademici, tra cui Andrea Ragaini, presidente di Aipb, Giorgio Di Giorgio, direttore del Casmef, e Angelo Camilli, vice presidente di Confindustria.
Sul fronte aziendale, le piccole e medie imprese italiane mantengono una dipendenza strutturale dal canale bancario. Il rapporto segnala inoltre una contrazione del mercato dei capitali domestico, con 86 operazioni di delisting a fronte di 62 nuove quotazioni tra il 2023 e la metà del 2025, equivalenti a una perdita di capitalizzazione di 44 miliardi di euro. Un’analisi condotta da Aipb e Prometeia su 450 bilanci dimostra tuttavia che le strategie finanziarie evolute incidono sulle performance.
Nel triennio 2022-2024, le imprese che hanno diversificato le fonti di finanziamento hanno registrato un differenziale di crescita del fatturato del 106%. L’apertura del capitale a investitori terzi ha generato un differenziale del 46%, mentre la pianificazione del passaggio generazionale si attesta al 64%. Nonostante queste metriche, un imprenditore su tre non ha mai valutato l’opzione della diversificazione finanziaria.
La consulenza patrimoniale e il private banking emergono come elemento di raccordo tra liquidità privata e fabbisogno aziendale. Il mercato potenziale comprende 88.000 imprese con linee di credito attive e 12 milioni di famiglie con una ricchezza investibile superiore a 50.000 euro, per un totale di 3.500 miliardi di euro. Il private banking gestisce attualmente 1.400 miliardi di euro, di cui il 30% riconducibile a clientela imprenditoriale, e intermedia oltre l’80% delle azioni quotate italiane detenute dalle famiglie. A fine 2024, il contributo del settore all’economia reale ha raggiunto i 168 miliardi di euro, in aumento del 39% rispetto al 2018.
Secondo le stime di Confindustria, la mobilitazione verso l’economia domestica dell’1% dei depositi bancari delle famiglie e del 2,5% delle risorse degli enti previdenziali attiverebbe flussi per circa 25 miliardi di euro, supportando la capitalizzazione delle imprese e i processi di aggregazione.
Come superare l’inerzia
Per superare l’inerzia strutturale e incrementare la quota di investitori, il rapporto formula tre proposte operative basate su meccanismi di automatismo e sull’utilizzo delle infrastrutture di pagamento digitali.
La prima misura prevede l’introduzione di un micro-risparmio automatico sui consumi, strutturato tramite un arrotondamento volontario compreso tra il 3 e il 5% sulle transazioni. Al raggiungimento di una soglia predefinita, i fondi verrebbero convogliati verso veicoli di investimento dedicati alle piccole e medie imprese.
La seconda proposta riguarda un cash forward previdenziale, progettato per destinare l’1% del gettito Iva derivante dai pagamenti elettronici a una posizione previdenziale individuale integrativa, con una maggiore esposizione azionaria per le fasce anagrafiche giovani.
La terza misura consiste in una dote studentesca per il lungo periodo. Il meccanismo prevede un contributo statale annuo di 500 euro destinato a 1,5 milioni di studenti universitari, per un onere complessivo di 750 milioni di euro, da versare su posizioni di investimento individuali al fine di incentivare la familiarità con i mercati finanziari.
(Citywire)