Peta contro la lana: proteste alle sfilate, dopo lo stop alla pelliccia

Dopo la messa al bando della pelliccia vera nelle grandi sfilate, l'industria della moda dovrà ora fare i conti con una nuova pressione da parte degli animalisti: questa volta sulla lana. Come riporta The Independent, durante la fashion week di New York gli attivisti di Peta hanno fatto irruzione sulla passerella dello show Cos, con cartelli che recitavano: "Sheep beaten and bloodied for wool. Don't buy it" (pecore picchiate e insanguinate per la lana, non comprarla).
L'episodio ha avuto un seguito che ha fatto il giro dei media internazionali: Steven Kolb, presidente del Council of Fashion Designers of America (CFDA), è stato filmato mentre tratteneva fisicamente un'attivista, bloccandola a terra e coprendole la bocca. Kolb si è poi scusato pubblicamente su Instagram, scrivendo di aver assunto piena responsabilità per il proprio comportamento, ed è stato sospeso dal suo incarico. Peta ha fatto sapere di voler incontrare Kolb per discutere della possibilità di eliminare lana e pelli animali dagli abiti prodotti dal settore.
La vicenda newyorkese ha avuto un'eco anche a Londra, dove attivisti di Peta hanno organizzato una protesta simile durante lo show di H&M, questa volta con cartelli dal testo "H&M: Wool is bloody cruel. Drop it!" (la lana è crudeltà, abbandonala). A differenza di New York, in questo caso gli attivisti hanno potuto percorrere la passerella prima di essere accompagnati fuori dal locale dalla sicurezza. Un portavoce di H&M ha dichiarato all'Independent che l'azienda rispetta il diritto di ognuno di esprimere la propria opinione e che il benessere animale è per loro molto importante, precisando di affidarsi ad alcuni tra gli standard e le certificazioni di terze parti più rigorosi nell'approvvigionamento di fibre di origine animale.
Al centro della campagna di Peta c'è il gruppo H&M, proprietario oltre che di H&M anche dei marchi Cos, Arket, Monki e Weekday. La protesta arriva dopo un'inchiesta di Peta Asia su un allevamento di lana sudafricano che, secondo l'organizzazione, sarebbe collegato alla catena di fornitura del gruppo attraverso un intermediario che forniva lana descritta come "responsabilmente" prodotta. Le immagini raccolte dagli attivisti mostrano lavoratori mentre prendono a calci e pestano le pecore, le trascinano per gli arti e le tosano in modo trascurato, procurando loro ferite. In una dichiarazione rilasciata a Vogue, H&M Group ha spiegato che tutta la lana vergine utilizzata nei suoi prodotti proviene da allevamenti certificati secondo il Responsible Wool Standard (RWS), sistema di certificazione di terze parti gestito da Textile Exchange, aggiungendo che, a seguito delle verifiche condotte, le licenze dell'allevamento coinvolto sono state sospese.
Il caso solleva però una domanda più ampia sulla lana in generale. Non tutta la lana, ricorda l'Independent, è uguale: quella britannica beneficia di alcuni tra gli standard di benessere animale più rigorosi al mondo, con sanzioni severe per chi li viola. Tutta la lana prodotta nel Regno Unito è priva di mulesing, la pratica controversa ancora legale in Australia, e l'Animal Welfare Act del 2006 tiene conto delle cosiddette "cinque libertà" per il benessere animale: libertà dal disagio, dalla fame e dalla sete, dal dolore, da lesioni o malattie, dalla paura e dallo stress, oltre alla libertà di esprimere un comportamento naturale. Quest'anno il Department for Environment, Food and Rural Affairs (Defra) ha inoltre avviato una consultazione per rivedere le pratiche di castrazione degli agnelli e di taglio della coda, con l'obiettivo di migliorare ulteriormente il benessere degli animali.
Resta comunque il tema ambientale: gli attivisti sottolineano come l'industria della lana abbia un'impronta di carbonio relativamente alta, soprattutto per il metano emesso dagli ovini, e come l'allevamento possa danneggiare il territorio se non vengono adottate pratiche sostenibili. D'altro canto, la lana è spesso più duratura rispetto alle fibre sintetiche e non contribuisce all'inquinamento da microplastiche, un elemento che rende il dibattito tutt'altro che netto.