Mercoledì 15 luglio 2026
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I TEMPI DELLA GIUSTIZIA?

Comunicato ·


L'ITALIA CAMBIA MA LA GIUSTIZIA PEGGIORA PER UN UTENTE SEMPRE PIU' SUDDITO
UN INVITO A FAR DA SE' E A LASCIAR CORRERE

Firenze, 21 maggio 2002. Il rapporto annuale Istat 2001, in materia di tempi della giustizia civile, conferma cio' che una associazione come la nostra -dice il presidente dell'Aduc, Vincenzo Donvito- vive sulla propria pelle ogni giorno.
Secondo questi dati, per il giudizio di primo grado, nel sud del Paese, bisogna aspettare 2 anni e sette mesi, mentre a nord diventano un anno e tre mesi. Se negli ultimi 10 anni la durata delle cause e' aumentata (a livello nazionale, rispetto ai due anni e due mesi del 1991, si e' passati a due anni e tre mesi del 2000 per il primo grado; e da due anni e cinque mesi a due anni e sette mesi per il grado di appello), ci si puo' consolare apprendendo che nel 2000, per la prima volta, il numero di procedimenti esauriti ha superato quello dei procedimenti ricevuti: le pendenze sono quindi diminuite.
Una situazione che e' passata indenne rispetto al tipo di Governo che abbiamo avuto e a tutti i buoni propositi delle campagne elettorali, dei discorsi ufficiali e del prorompere nella nostra vita dei sistemi di organizzazione elettronica e telematica che, appunto, non sembrano aver toccato l'amministrazione e l'organizzazione della giustizia.
La giustizia civile, nelle societa' di diritto e ad economia di mercato, riveste un ruolo determinante, perche' e' il banco di prova tra la maturita' degli amministratori della cosa pubblica e privata e gli amministrati, utenti o consumatori che siano.
E in Italia, questa e' la sua fotografia.
Da cui si evince che se nel nostro Paese sono comparse a ragion veduta associazioni come l'Aduc, per i diritti di quella quotidianita' economica e civile che distingue un Paese democratico dal suo contrario, il sistema politico e di governo non e' stato in grado di dargli gli strumenti perche' ognuno possa goderne e non solo usarle come muro del pianto contro l'arroganza pubblica e privata. Perche' oggi, di fronte a questi tempi della giustizia, questo e' il ruolo prevalente che associazioni come la nostra svolgono. E c'e' piu' di qualcuno che ci sguazza, facendo stracci quotidiani di diritto e buon senso civico, ma dando l'illusione di fare il contrario. Alla fine, pero', quando l'amministrato e' nudo di fronte alle sue responsabilita', diritti e doveri, si accorge che ha solo questi ultimi.
Di fronte alla prospettiva di incertezza (non di giudizio, che e' incerto in quanto tale, ma di diritto), anche il piu' efferato consumatore che crede di aver ragione, e' fortemente tentato a far da se' (se e dove possibile) o, come nella maggiorparte dei casi, a lasciar correre. Ed ecco quindi che si registrano sempre piu' amministrazioni pubbliche arroganti che, mentre sulla carta si professano per il diritto anche della punta del capello, nei fatti rendono difficile la vita quotidiana a qualunque amministrato (dall'applicazione del codice della strada agli uffici del catasto, dalle riscossioni Ici alle tasse e servizi sui rifiuti), tanto il ricorso alla giustizia e' una chimera, per giunta costosa, anche e soprattutto per i suoi tempi.
Non e' la prima volta che ci vien da richiamare il motto che la civilta' di un Paese si riconosce dalle sue aule di giustizia come dai suoi cessi. E mentre per questi ultimi, quantomeno ognuno puo' sceglierne uno rispetto ad un altro, nel caso della giustizia (unica e indivisibile) puo' solo continuare ad essere trattato da suddito.
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