Cpr, l'ex primario Gordini: "La cura è un diritto, mai un reato"
L'inchiesta della Procura di Ravenna sui certificati medici che avrebbero impedito il trattenimento di migranti irregolari nei Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) continua ad allargarsi, coinvolgendo ormai oltre venti professionisti sanitari in tutta Italia. Le ultime perquisizioni, scattate all'alba tra Bologna, Ferrara, Bari, Rimini, Firenze, Livorno, Milano, Biella, Roma e Varese, hanno riacceso il dibattito politico e sanitario sul confine tra tutela della salute e ordine pubblico.
Tra le voci che si sono levate in difesa dei medici coinvolti c'è quella di Giovanni Gordini, che ha diretto per anni la rianimazione dell'ospedale Maggiore di Bologna ed è oggi consigliere regionale civico a sostegno del presidente dell'Emilia-Romagna Michele de Pascale. Intervistato da Repubblica Bologna, Gordini ha preso posizione con nettezza contro l'impostazione dell'inchiesta, sostenendo che la tutela della salute non possa mai trasformarsi in strumento di ordine pubblico né essere piegata alle esigenze di confinamento verso i Cpr.
L'ex primario richiama l'articolo 32 della Costituzione, che sancisce il diritto alla cura come diritto fondamentale della persona. Su questo principio, secondo Gordini, non si può derogare nemmeno quando il paziente è uno straniero irregolare destinato al trattenimento amministrativo. Un punto centrale della sua riflessione riguarda la valutazione della vulnerabilità dei migranti, spesso persone reduci da traumi, violenze e percorsi migratori segnati da sofferenze fisiche e psicologiche: per l'ex primario manca oggi una linea guida nazionale chiara su come effettuare questa valutazione, e il giudizio clinico non può essere ridotto a una manciata di minuti, con il paziente ammanettato e la polizia che attende fuori dalla stanza.
Gordini definisce i Cpr "luoghi patogeni", richiamando i report dei giuristi dell'Associazione studi giuridici sull'immigrazione (Asgi) e la frequenza di episodi di autolesionismo e suicidio registrati all'interno di queste strutture. Una definizione che si ritrova anche in altri interventi pubblici sulla vicenda: diverse sigle sindacali e associazioni, tra cui Cgil e Fp Cgil, hanno definito i Cpr "luoghi di detenzione amministrativa in cui vengono violati sistematicamente i diritti umani", richiamando la stessa disperazione, l'abuso di psicofarmaci e i suicidi denunciati dopo le ispezioni nei centri.
Nel suo intervento, Gordini critica inoltre gli aspetti "scenografici" delle perquisizioni condotte dalla polizia su mandato della Procura di Ravenna. Un giudizio condiviso dall'avvocato Fabio Anselmo, legale che assiste cinque dei medici bolognesi coinvolti nell'operazione, nessuno dei quali risulta indagato. Anselmo ha parlato di modalità difficili da comprendere, denunciando come persone non indagate siano state svegliate prima delle sei del mattino e accompagnate in Questura per il sequestro di cellulari e computer, con un trattamento che il legale ha paragonato a quello riservato a indagini di stampo mafioso.
Al momento gli indagati nell'inchiesta sono quattro, con l'accusa di associazione per delinquere finalizzata alla formazione di falsi certificati. Tra questi il medico infettivologo Nicola Cocco, esponente della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni, indicato dagli investigatori come punto di riferimento per i colleghi sul tema delle certificazioni anti-Cpr. Le perquisizioni di questi giorni ricalcano quelle già condotte lo scorso febbraio, quando erano stati coinvolti i medici del reparto di Malattie Infettive dell'ospedale di Ravenna, tre dei quali sospesi per dieci mesi dalla professione.
Come riporta la Repubblica, la vicenda ha diviso anche il mondo politico: mentre da un lato si chiede fermezza sui controlli e la radiazione dei medici coinvolti, dall'altro cresce la mobilitazione di sindacati, giuristi e amministratori locali a difesa dell'autonomia professionale dei sanitari e del principio secondo cui la cura non può mai diventare un reato.