Mercoledì 7 ottobre 2026
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Perché le famiglie italiane tornano a comprare direttamente titoli di Stato

U.E. - ITALIA
Notizia ·

Per una generazione di italiani cresciuta tra gli anni Settanta e Ottanta, comprare titoli di Stato non era un'operazione da addetti ai lavori ma un'abitudine familiare: il giorno dell'asta in banca, la cedola che arrivava puntuale, rendimenti a due cifre che oggi sembrano appartenere a un'altra epoca. Con l'ingresso nell'euro e la lunga stagione dei tassi vicini allo zero, questa consuetudine si era progressivamente persa: i rendimenti scendevano fino quasi ad azzerarsi, in alcuni casi diventando negativi sulle scadenze più brevi, e il risparmio delle famiglie si era spostato su altri strumenti, fondi comuni, polizze, conti correnti dove il denaro restava fermo senza alcun rendimento.

 

Come riporta ilbosone.com, negli ultimi anni il ritorno dei piccoli risparmiatori ai titoli di Stato è stato rapido e per certi versi sorprendente. Quando l'inflazione e la risalita dei tassi hanno riportato i rendimenti a livelli nuovamente visibili, i titoli pubblici italiani sono tornati nei portafogli delle famiglie con un'intensità che non si registrava da decenni. Secondo i dati della Banca d'Italia, la quota di debito pubblico detenuta direttamente dalle famiglie è tornata a crescere in modo significativo.

 

La spiegazione più immediata è anche la più semplice: per anni comprare un titolo del Tesoro significava accettare rendimenti irrisori, spesso inferiori all'inflazione, talvolta negativi sulle scadenze brevi, e nessuna famiglia aveva reale convenienza a farlo. Il secondo motivo riguarda invece il confronto con le alternative disponibili: i conti correnti hanno continuato a remunerare poco o nulla, e molti risparmiatori si sono resi conto che lasciare la liquidità ferma significava perdere potere d'acquisto nel tempo, mentre i titoli di Stato offrivano un rendimento concreto a fronte di un rischio percepito come contenuto.

 

A questo si aggiunge il tema della tassazione: gli interessi e le plusvalenze sui titoli del debito pubblico scontano un'aliquota del 12,5%, contro il 26% applicato alla maggior parte degli altri strumenti finanziari. Si tratta di un vantaggio che, a parità di rendimento lordo, cambia sensibilmente il risultato netto per il risparmiatore, e che da solo ha convinto molte famiglie a preferire un buono del Tesoro a un'obbligazione societaria o a un fondo comune. Pesa inoltre l'esclusione dei titoli di Stato, fino a un massimo di 50.000 euro complessivi, dal calcolo dell'indicatore ISEE: per le famiglie che accedono a bonus o prestazioni legate a soglie di reddito e patrimonio, questa esenzione può fare una differenza concreta.

 

Il Tesoro, dal canto suo, ha fatto la sua parte in modo deliberato. Le emissioni riservate ai piccoli risparmiatori, collocate per alcuni giorni attraverso banche e piattaforme online, hanno registrato richieste molto consistenti. Prodotti come il BTP Valore e il BTP Italia, con premi fedeltà per chi conserva il titolo fino alla scadenza e meccanismi di rendimento crescente nel tempo, sono stati costruiti appositamente per parlare a un pubblico che non segue i mercati ogni giorno. Questa maggiore facilità d'accesso ha avvicinato al debito pubblico anche persone che non avevano mai posseduto un titolo prima, magari giovani che avevano aperto un conto online per altre ragioni e hanno scoperto, quasi per caso, la sezione dedicata alle obbligazioni.

Non mancano però i rischi, spesso sottovalutati da chi si avvicina per la prima volta a questi strumenti. La percezione di sicurezza che accompagna i titoli di Stato è comprensibile ma non sempre completa: il rischio che il Tesoro non rimborsi il capitale è considerato basso dalla maggior parte degli investitori, eppure il cosiddetto rischio di tasso esiste ed è concreto. Se i tassi di mercato salgono dopo l'acquisto, il prezzo del titolo scende, e chi ha bisogno di vendere prima della scadenza può subire una perdita in conto capitale. È un aspetto che i risparmiatori abituati ai conti deposito spesso ignorano: il titolo restituisce il capitale per intero solo a scadenza, e una durata di dieci o quindici anni rappresenta un impegno lungo, da valutare attentamente in base a quando si potrebbe avere effettivamente bisogno di quel denaro. Chi acquista un titolo poliennale lungo con somme che serviranno già tra due anni si espone dunque a un rischio reale di doverlo rivendere in perdita.

 

C'è poi la questione della concentrazione del rischio. Mettere tutti i propri risparmi nei titoli di un unico Stato, anche il proprio Paese, significa legare l'intero patrimonio familiare a un solo emittente e a un solo andamento economico. Lo spread, ovvero il differenziale di rendimento rispetto ai titoli tedeschi, riflette la fiducia dei mercati nel debito italiano e può muoversi bruscamente in caso di tensioni politiche o di un peggioramento dei conti pubblici, trascinando con sé anche il valore dei titoli già in portafoglio alle famiglie.

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