Riconoscimento facciale alla polizia: il Garante boccia il decreto del governo
Il governo Meloni sta accelerando l'iter parlamentare di un decreto legislativo che consentirebbe alle forze di polizia di utilizzare sistemi di identificazione biometrica — incluso il riconoscimento facciale in tempo reale — in luoghi e contesti pubblici. Il provvedimento, approvato in via preliminare dal Consiglio dei ministri il 10 giugno 2026, è ora all'esame delle commissioni del Senato. Ma a frenarne la corsa è il Garante per la protezione dei dati personali, la stessa autorità di controllo nominata nell'ambito dell'ordinamento italiano.
Come riporta Tech Times, si tratta del primo caso in tutta l'Unione europea in cui una legge nazionale di recepimento per l'identificazione biometrica da parte delle forze dell'ordine viene contestata dalla propria autorità garante per una possibile incompatibilità con l'AI Act europeo.
Il decreto si regge su tre pilastri: l'identificazione biometrica in tempo reale per prevenire minacce o rintracciare persone scomparse, quella in diretta nel corso di indagini penali, e il riconoscimento facciale a posteriori. Uno degli aspetti più delicati riguarda la raccolta e la conservazione — per un massimo di sette giorni — dei dati biometrici di chiunque acceda a luoghi o eventi considerati sensibili sotto il profilo dell'ordine pubblico, anche in assenza di qualsiasi reato commesso. Se entro quei sette giorni viene accertata la commissione di un illecito, i dati possono essere usati nelle indagini; altrimenti devono essere cancellati.
Il Garante, pur giudicando il decreto "complessivamente coerente" con l'AI Act e con la legge delega n. 132/2025, ha individuato un nodo critico: il trattamento automatizzato e generalizzato dei dati biometrici di persone che frequentano luoghi o eventi pubblici non è compatibile con il regolamento europeo sull'intelligenza artificiale. L'AI Act, infatti, consente il riconoscimento facciale ex post soltanto per ricerche mirate, non per raccolte preventive e massive. L'elaborazione dei dati biometrici dovrebbe quindi avvenire esclusivamente su registrazioni già acquisite e in presenza di una specifica esigenza operativa.
L'autorità garante ha inoltre chiesto di rafforzare le garanzie sulle banche dati biometriche utilizzate per l'identificazione, di chiarire il ruolo della supervisione umana nei sistemi di intelligenza artificiale e di introdurre limiti più precisi sull'uso dei dati in ambito lavorativo. Il parere del Garante — adottato il 14 luglio 2026 — richiede dunque integrazioni significative prima che il testo possa considerarsi pienamente conforme al diritto europeo.
Sul fronte politico lo scontro è aperto. Le opposizioni parlano di "deriva pericolosa" e di rischi concreti per le libertà dei cittadini, contestando anche la scelta dello strumento normativo — il decreto legislativo — che, secondo alcuni parlamentari, è stato deliberatamente preferito per limitare il dibattito parlamentare. Il senatore di Fratelli d'Italia Giulio Terzi di Sant'Agata ha invece replicato che l'uso dei sistemi al di fuori dei casi previsti dalla legge comporta l'inutilizzabilità dei risultati e la loro cancellazione, sostenendo che l'Italia stia attuando l'AI Act "attraverso un impianto normativo equilibrato".
Il decreto deve ancora tornare al Consiglio dei ministri per l'approvazione definitiva, e le condizioni poste dal Garante potranno essere recepite prima della versione finale. Anche la Commissione europea sta esaminando il testo italiano, e da Bruxelles arrivano segnali di attenzione: il nodo centrale resta la difformità tra la raccolta preventiva di massa prevista dal decreto e quanto l'AI Act effettivamente autorizza.