Salute mentale: servizi sotto pressione, risorse insufficienti
I servizi pubblici di salute mentale in Italia versano in uno stato di crisi strutturale: carenza di personale, finanziamenti inadeguati e una domanda di cure in costante crescita stanno mettendo a dura prova i Centri di Salute Mentale (CSM) su tutto il territorio nazionale. Lo confermano dati recenti provenienti da più fonti istituzionali e di ricerca.
Secondo il Rapporto sulla salute mentale del Ministero della Salute relativo al 2024, nel nostro Paese sono attive 1.236 strutture territoriali, 1.962 residenziali e 800 semiresidenziali. A fronte di oltre 845mila persone che hanno richiesto assistenza psichiatrica nell'arco dell'anno, gli operatori dei centri di salute mentale erano circa 25.000 — psichiatri, psicologi, infermieri ed educatori compresi — pari a 55 ogni 100mila abitanti: circa 7.500 in meno rispetto allo standard di 83 ogni 100mila fissato dalla Conferenza Stato-Regioni. Come riporta ANSA, queste carenze diventano drammatiche se confrontate con la dimensione del bisogno reale.
Sul fronte economico, il quadro non è meno preoccupante. Alla salute mentale viene destinato appena il 2,5-3% del Fondo sanitario nazionale, meno di quanto stabilito dagli accordi Stato-Regioni di vent'anni fa e lontanissimo dal 5% considerato il minimo necessario per la sola assistenza agli adulti. Il Collegio nazionale dei direttori dei Dipartimenti di Salute Mentale (DSM) denuncia da anni che il servizio pubblico non riesce a coprire nemmeno le richieste più basilari, con almeno due milioni di cittadini di fatto esclusi dalle cure.
La domanda di supporto psicologico, nel frattempo, continua a salire. Un'indagine Nomisma per l'Osservatorio Sanità di UniSalute, condotta su un campione rappresentativo di 1.300 italiani, rivela che solo il 51% degli intervistati descrive il proprio stato psicologico come "ottimo" o "buono", con una percentuale che tra i giovani tra 18 e 34 anni scende al 42%. Nonostante questo, solo il 21% del campione ha svolto almeno una seduta da uno psicologo o psicoterapeuta nell'ultimo anno. Il principale ostacolo citato — oltre all'idea di poterne fare a meno — è il costo: quasi un terzo degli intervistati (31%) e la metà dei giovani (48%) indica le spese come barriera principale all'accesso alle cure.
Un'ulteriore fotografia arriva dall'indagine condotta da Altroconsumo nel 2025 su oltre mille persone: il 38% degli intervistati ha dichiarato di aver vissuto almeno un problema di salute mentale o emotivo negli ultimi tre anni, con ansia (30%), disturbi del sonno (20%) e depressione (17%) in testa alla classifica dei disturbi più diffusi. La percentuale di chi ha intrapreso un percorso di terapia è passata dal 29% del 2020 al 39% nel 2024, ma l'offerta pubblica non tiene il passo.
Per colmare il gap di personale — stimato in oltre 12mila professionisti mancanti — e rispondere all'aumento dei pazienti, il rapporto "More" di Deloitte Consulting calcola la necessità di un incremento del 47,2% delle unità di personale, con un investimento di circa un miliardo di euro per il Servizio Sanitario Nazionale. Complessivamente, per riorganizzare i servizi e avviare campagne di comunicazione adeguate, servirebbero almeno 1,9 miliardi aggiuntivi rispetto agli attuali 4 miliardi destinati al settore.
Il governo ha risposto con l'approvazione, il 29 dicembre 2025 in Conferenza Unificata, del Piano di Azione Nazionale per la Salute Mentale (PANSM) 2025-2030: il primo documento strategico nazionale dopo 13 anni di assenza di programmazione. La legge di bilancio 2026 ha stanziato 80 milioni per il 2026, 85 per il 2027 e 90 per il 2028, a cui si aggiungono 30 milioni annui per le assunzioni di personale sanitario e sociosanitario. Il piano punta sulla rete territoriale, sul ruolo dei DSM come coordinatori dell'assistenza e sull'introduzione di una figura di "psicologo di assistenza primaria" nelle Case della Comunità.
Tuttavia, diversi osservatori avvertono che la vera sfida sarà l'attuazione concreta. Il Piano non introduce automaticamente risorse strutturali aggiuntive e demanda alle Regioni la traduzione operativa degli indirizzi, lasciando aperti i nodi sulla disponibilità di personale e sulla capacità reale dei servizi territoriali di assorbire una domanda in costante crescita. Senza un impegno finanziario stabile e una riorganizzazione profonda, il rischio — come denuncia il Collegio dei DSM — è che la situazione rimanga sostanzialmente invariata per milioni di cittadini bisognosi di cura.