Lunedì 14 settembre 2026
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Stati Uniti d'Europa. L’Occidente trasloca, ma a Bruxelles non se ne sono ancora accorti

Articolo · Redazione ·

Donald Trump ha cominciato a smembrare il Regno Unito. Per ora soltanto a parole, che però, quando sono pronunciate dal presidente degli Stati Uniti, non sono mai soltanto parole.Prima ha rimesso in discussione le Falkland, lasciando intendere che Londra potrebbe non essere neppure in grado di difenderle e offrendosi, naturalmente, come mediatore con l’Argentina. Poi, arrivato in Irlanda, ha annunciato che un’Irlanda unita sarebbe «fantastica» e che prima o poi si farà. Interrogato sulla Scozia, ha risposto che non intende parlarne «ancora». Il Galles, immaginiamo, può dormire tranquillo almeno fino a oggi.

 

Fino a oggi, appunto: perché oggi, 14 settembre, i leader di Scozia, Galles e Irlanda del Nord si riuniscono a Cardiff, per la prima volta tutti indipendentisti nella storia del Regno, per firmare una dichiarazione congiunta che rivendica il diritto all’autodeterminazione e apre alla richiesta di adesione all’Unione europea.

 

Il premier Andy Burnham, che solo pochi giorni fa aveva lasciato intravedere un’apertura su un nuovo referendum scozzese, ha già dovuto ritrattare per iscritto. Trump non ha bisogno di disintegrare il Regno Unito: basta lasciare che qualcun altro completi il lavoro mentre lui distribuisce dichiarazioni a effetto.

 

L’unità irlandese è una prospettiva perfettamente legittima. L’Accordo del Venerdì Santo stabilisce che saranno gli abitanti dell’Irlanda del Nord e della Repubblica d’Irlanda a decidere democraticamente. Ma proprio questo è il punto: devono deciderlo loro, non il presidente americano durante una visita al proprio campo da golf.

 

Quanto alle Falkland, nel 2013 gli abitanti hanno già deciso, quasi all’unanimità, di conservare lo status di territorio britannico. L’autodeterminazione, dunque, per Trump vale a giorni alterni: nell’Irlanda del Nord anticipa il risultato di un referendum che non si è tenuto; nell’Atlantico meridionale ignora quello che si è tenuto. Non è un principio, è una clava. Vale quando serve a colpire Londra e scompare quando la volontà popolare non produce il risultato desiderato.

La cosiddetta relazione speciale tra Stati Uniti e Regno Unito sembra così essersi trasformata in una speciale persecuzione. È uno sviluppo che dovrebbe preoccupare tutti gli europei. Trump non è un isolazionista: l’isolazionista si disinteressa degli altri. Lui se ne interessa moltissimo, purché possa dettare governi, confini, tariffe, spese militari e perfino l’estensione territoriale dei paesi alleati.

 

Per ottant’anni Washington ha contribuito a tenere insieme l’Occidente. Trump lo considera invece una proprietà da frazionare: questo pezzo all’Argentina, quello all’Irlanda, la Scozia ne riparliamo. Il catasto, evidentemente, è stato trasferito a Mar-a-Lago.

 

Ma mentre il vecchio Occidente si disfa, qualcosa di nuovo comincia forse a prendere forma. Il Canada di Mark Carney, sottoposto alle intimidazioni politiche e commerciali del suo pesante vicino, sta esplorando una relazione speciale con l’Unione europea e perfino un possibile statuto di membro associato. La formula ancora non esiste e dovrà essere inventata. Ma proprio per questo è politicamente interessante: potrebbe diventare l’embrione di una comunità che non sia delimitata soltanto dalla geografia, ma fondata sulla convergenza di valori, interessi e istituzioni democratiche.

 

La conferma più sorprendente è arrivata da ancora più lontano. Alla Conferenza Europea promossa a Ventotene dalla vicepresidente del Parlamento Europeo Pina Picierno in nome di un federalismo aperto e generoso, la vicepresidente di Taiwan Hsiao Bi-khim ha rilanciato in prima persona il Manifesto scritto nell’isola da Spinelli, Rossi e Colorni.

 

È venuta da Taipei – ventisei ore di viaggio ha raccontato – sfidando le proteste e le intimidazioni di Pechino, per ricordarci che un’Europa federale non riguarda soltanto gli europei. Può diventare il punto di riferimento di tutti i paesi che difendono intransigentemente la propria indipendenza perché sanno che, perdendola, perderebbero anche la libertà e la democrazia.

C’è qualcosa di incredibile e insieme di mortificante nel fatto che il significato universale del Manifesto di Ventotene sia stato rilanciato dalla vicepresidente di Taiwan: mentre da Taipei ci chiedono di costruire gli Stati Uniti d’Europa la Commissione europea ritira il proprio logo dalla Conferenza per non irritare la Cina.

 

Da questi avvenimenti affiora una prospettiva più ambiziosa della semplice autonomia strategica europea. Al centro dovrebbero nascere finalmente gli Stati Uniti d’Europa: una federazione dotata di governo, bilancio, politica estera e difesa. Intorno potrebbe formarsi una Confederazione delle democrazie, aperta a paesi geograficamente lontani ma politicamente vicini: Canada, Regno Unito, Ucraina, Taiwan e le altre nazioni liberaldemocratiche minacciate dagli imperialismi e non più sicure della protezione di un’America in confusione. Non si tratterebbe di sostituire un impero con un altro, ma di costruire un’alleanza fra paesi liberi abbastanza forte da difendere la libertà senza dipendere dagli umori di un presidente americano.

 

Trump sta disfacendo l’Occidente costruito attorno a Washington. Da Ottawa a Taipei qualcuno ci sta indicando la strada per rifarlo intorno all’Europa. Hsiao Bi-khim è tornata a Taipei sapendo che Pechino osserva ogni sua mossa. Bruxelles, nello stesso giorno, toglieva un logo da una conferenza. Chi dei due abbia davvero capito la posta in gioco, per ora, si vede.

 

(Marco Taradash su Linkiesta del 14/09/2026)

 

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